“Il Dono della Fede” - Salmo 131; Ebrei 11:1-3 (Rev. Brian Paulson)

E’ una gioia profonda e non scontata quella che provo ad essere qui con voi, di nuovo, per predicare nella Chiesa Valdese di Milano. Questa esperienza è resa ancora più ricca in quanto posso condividere il dono della vostra testimonianza con i miei amici e colleghi della Prima Chiesa Presbiteriana di Libertyville e con i fratelli e le sorelle della Società Valdese Americana.

Siamo soprattutto commossi dall’abbondanza con cui ci avete ospitato e che abbiamo condiviso nelle case di tanti membri della vostra chiesa. Abbiamo attraversato un oceano e parliamo lingue differenti, ma è chiaro che ci sentiamo a casa, tra sorelle e fratelli nella fede. Da parte del Concistoro della Prima Chiesa Presbiteriana, desidero ringraziare la vostra comunità per aver ricevuto in dono il tempo e la compagnia del vostro pastore, Gianni Genre, che è venuto a trovarci lo scorso febbraio, insieme a sua moglie Franca e al loro figlio più piccolo, William. Le loro parole, la loro grazia e il loro buon umore hanno sollevato lo spirito della nostra chiesa, nel pieno di una nevicata invernale.

Naturalmente, abbiamo avuto numerose visite di diversi membri di ognuna delle nostre chiese e spero che avremo il tempo di ricordarci in amicizia di quei momenti e di condividere ancora e nuovamente ciò che è rimasto impresso di quelle conversazioni. Un ultimo saluto, rivolto dal pulpito, è una parola di benedizione e di incoraggiamento da parte dell’esecutivo della Società Valdese Americana. E’ un onore e una gioia per noi costruire e rafforzare le relazioni tra sorelle e fratelli in Cristo negli Stati Uniti, in Italia, e in Uruguay/Argentina dove vi sono chiese valdesi.

La parola che vi rivolgo oggi è un sermone che ho condiviso la scorsa settimana con i fratelli e le sorelle di Libertyville e fa parte di una serie di sermoni che intendono esplorare i fondamenti della nostra fede. Il tema che esaminiamo è “Il dono della fede”. Mi colpisce che questo sia l’argomento che condivido con voi oggi, proprio nel giorno in cui celebriamo insieme - in quanto protestanti - la Domenica della Riforma, nel cuore della più grande Arcidiocesi cattolico-romana d’Europa. La riflessione teologica che soggiace al tema che trattiamo oggi è la dottrina della giustificazione per grazia mediante la fede – uno dei principi tra i più importanti della fede riformata.

Come può accadere che una persona riceva il dono della fede?

La scorsa settimana ho ascoltato Ann Marshall a Oklahoma City. Ann parlava della sua tribù di nativi americani (cioè, gli indiani d’America), il popolo Muscogee. Diceva di aver visitato Savannah, in Georgia – la terra dei fiumi dove il suo popolo viveva prima dell’arrivo degli europei in America. Ann è oggi una dirigente della Chiesa Metodista Unita. Spiegava di aver visto una vetrata artistica che raffigurava il fondatore del movimento metodista, John Wesley, in una sua visita a Savannah. Nell’immagine, egli predicava su una canoa in legno mentre attraversava un fiume per raggiungere un incontro di popoli nativi. Questa vetrata artistica è da considerarsi una testimonianza visiva del modo in cui il dono della fede fu dapprima scoperto dalla sua tribù.

Ann insieme ai membri della sua chiesa presiedevano il culto per me e altri membri della Commissione Fede e Ordine del Consiglio Nazionale delle Chiese di Cristo negli Stati Uniti. La commissione è un forum di ogni denominazione cristiana e si incontra per quattro anni. Attualmente sto lavorando con altri per preparare una risposta al recente documento del Consiglio Mondiale delle Chiese sulla Natura e Missione della Chiesa. Il nostro comune impegno è di riunirci nell’arco di quattro anni e abbiamo scelto di riflettere, all’interno di un contesto di testimonianza, da una posizione che si può definire “ai margini”. Di conseguenza - in questa recente occasione - ci siamo riuniti in una Chiesa Battista afro-americana e il culto era presieduto da indiani Muscogee. Durante il culto, ci hanno condotto nella lode cantando un inno nella loro lingua nativa. Il titolo di questo canto è: “Nonostante tutto, dobbiamo continuare a camminare”. Queste sono le parole, “C’è pace per te, continua a camminare. I credenti andarono là, continua a camminare – c’è pace per te”. L’inno continuava con il canto che ripeteva: predicatori, bambini, sorelle, anziani, amici, parenti – c’è pace per voi, continuate a camminare”

C’è pace per voi. Ma perché dovrebbero avere fede?  Soprattutto, perché dovrebbero avere fede, dal momento che questo inno veniva cantato in origine su quello che gli indiani chiamavano il “sentiero delle lacrime”?

Il sentiero delle lacrime è uno dei capitoli più tristi della storia americana. Migliaia di indiani morirono perché furono cacciati con la forza dalle loro case verso una terra che il Governo federale aveva promesso sarebbe stata solo loro – Oklahoma. Il sentiero era lungo mille miglia, mille miglia di dolore. Agli indiani era stato detto che se si fossero fermati, sarebbero stati uccisi da un’arma da fuoco. Allora, come potevano avere fede e credere che c’è pace? “Pace per te”.

Quando scriveva della fede, Giovanni Calvino diceva che essa è “una ferma e certa consapevolezza della benevolenza di Dio nei nostri confronti, fondata sulla verità della promessa liberamente donata in Cristo, rivelata alle nostre menti e sigillata sui nostri cuori attraverso lo Spirito Santo”. Secoli dopo, il teologo svizzero, Karl Barth, rese questo concetto in modo ancora più semplice. Affermò che “la fede è la semplice scoperta del bambino che si trova nella casa del padre e sulle ginocchia della madre”.

Con questo arriviamo alla prima indicazione che voglio prendere in considerazione insieme a voi per quanto riguarda il dono della fede. Cioè, che la fede è qualcosa che riceviamo nella fiducia.

Su quel sentiero di lacrime degli indiani, qualcosa fece sì che i credenti avessero fiducia che ci sarebbe stata la pace un giorno. Che cosa poteva generare quella fiducia? Sono certo che la maggior parte di noi ha sperimentato cosa significhi piangere tutte le lacrime, ad un certo punto, lungo il sentiero della nostra vita. Tuttavia, che vi siano lacrime o sorrisi sui nostri sentieri, noi tutti siamo pellegrini nel viaggio che ci consente di attraversare questa vita.

La lettura dai Salmi - che abbiamo fatto quest’oggi - viene chiamata nella Scrittura “Cantico delle Ascensioni” (meglio noto come “Canto dei pellegrinaggi”, NdT). Si tratta di un canto che era condiviso dai pellegrini che si recavano in corteo al santo Tempio di Gerusalemme.

Il Salmo 131 è un umile canto di pellegrinaggio. Comincia con semplicità e umiltà. “Il mio cuore non è orgoglioso. E i miei occhi non sono altèri”. Questa è una di quelle parole che riflettono la saggezza delle antiche scritture. Ci fa comprendere che un pellegrino avanza un passo alla volta con i piedi ben piantati a terra.

Ogni passo avanti nella vita è un atto di fiducia. In un credente la calma cresce ad ogni passo perché i pellegrini camminano insieme. La nostra anima cresce tranquilla e calma sapendo che non camminiamo mai soli. Ogni passo che compiamo insieme, cresce la nostra fiducia che ci sarà pace. Noi cantiamo gli uni per gli altri, mentre camminiamo. La nostra anima diventa calma, come un bambino che viene allattato nelle braccia della sua mamma.

In questo Salmo, noi sentiamo la voce di una madre che ci parla. “Come un bimbo divezzato sul seno di sua madre, così è tranquilla in me l’anima mia”. L’anima di un cristiano è capace di fiducia perché conosciamo l’amore di Dio, come bambini nelle braccia di  una mamma. La fede è ricevuta nella fiducia.

Come una mamma che abbraccia un bambino, così l’amore di Dio ci riceve e ci attira. Ma c’è di più, i cristiani sanno che Dio in Cristo è venuto tra noi e ci ha donato la pace. Questo è il cuore di ciò che chiamiamo giustificazione per grazia di Dio – una grazia che riceviamo mediante la fede.

Questa “giustificazione” è ciò che Giovanni Calvino chiamava “il cardine principale intorno a cui ruota la religione”. E ancora, la storia ci ricorda il fatto che il momento decisivo nella vita di Martin Lutero fu l’istante in cui si rese conto che il favore di Dio è donato liberamente. Non può essere guadagnato, non può essere acquistato, e non può essere raggiunto attraverso alcuno sforzo umano.

Anche visto da diverse prospettive, il mondo moderno non è sicuramente colmo di quel tipo di colpa profonda e di terrore che affliggeva Lutero prima di giungere a questa grande consapevolezza. In ogni caso, quando siamo onesti riguardo alle nostre vite, come scrive il teologo americano Reinhold Niebuhr: anche i nostri risultati più belli contengono imperfezioni umane di cui siamo responsabili. Davvero, le cicatrici del peccato sono una piaga per le nostre vite, in innumerevoli modi che rimangono visibili ed invisibili.

Tuttavia per fede, i cristiani trovano pace in Gesù Cristo. Questo è il legame universale che unisce i cristiani di tutto il mondo, nella fede.

In questo periodo, sto leggendo un documento sulla Natura e sulla Missione della chiesa che il Consiglio Mondiale delle Chiese ha chiesto di indirizzare alle chiese del mondo. Il mio gruppo comprende luterani, presbiteriani, pentecostali, greci ortodossi, cattolici romani e altri. In questa lettura comune del documento, sono stato toccato da questa affermazione: “La comunità cristiana vive sempre all’interno della sfera della grazia e del perdono divino. I membri della Chiesa ripongono la loro fiducia nel perdono di Dio e nella grazia che viene rinnovata in ogni momento della loro vita, sia nella fedeltà che nella infedeltà, nella virtù o nel peccato. La Chiesa non si fonda su successi morali ma sulla giustificazione per grazia mediante la fede”. Stranamente, cresce il consenso tra i cristiani su ciò che significa questa “giustificazione”.

Qual è la conseguenza della giustificazione? Che in Gesù Cristo, Dio ha cancellato ogni peccato che segnava come una cicatrice le nostre vite. Egli ci trascina nel perdono in un abbraccio d’amore.

Considerate, per un momento, l’attuale crisi economica. Non stiamo forse puntando il dito contro qualcuno, in qualsiasi luogo nel mondo, per cercare responsabilità, ma ciò di cui ci rendiamo conto sempre più – alla flebile luce dell’alba - è che senza mezzi effettivi per azzerare il debito, il lavoro dei mercati finanziari, delle aziende e delle nazioni giungeranno a uno stop. I cristiani hanno sempre compreso che noi tutti “viviamo nella dimensione del perdono e della grazia”.

Per fede, (scrive l’autore della lettera agli Ebrei), per fede noi comprendiamo che i mondi – gli eoni – la fibra vera e propria della nostra esistenza globale in ogni tempo è stata creata da Dio – non da cose che sono visibili, ma da ciò che potremmo chiamare una sfera di perdono divino, la parola di Dio che abbiamo scoperto in Gesù Cristo.

Quando Agostino – il suo cuore fu trasformato dalle amicizie milanesi nel momento in cui incontrò la Parola di Dio - quando Agostino provò a descrivere la certezza che i cristiani hanno fede, egli indicò qualcosa di molto semplice e umano. Egli disse che “solo coloro che hanno avuto amici possono comprendere il significato della fede”.

In Ebrei, noi leggiamo l’inizio di un capitolo che ci presenta la lista di amici fidati: Abel, Enoch, Noah, Abrahamo, Sarah, Isacco, Giacobbe, Mosé, Rahab, Gedeone, Barak, Sansone, Jefte, Davide, Samuele – “solo coloro che hanno avuto degli amici”, dei buoni e fidati amici, “possono comprendere cosa è la fede”.

In America, noi cantiamo il canto che recita, “Quale amico abbiamo in Gesù, Egli porta tutte le nostre speranze e i nostri dolori”. Ciò che è centrale nel dono della fede – nella giustificazione per grazia davanti a Dio – è la consapevolezza che la bontà di Gesù Cristo è stata estesa (il termine teologico è: imputata) a noi.

Quale amico abbiamo in Gesù Cristo! Quale amico, davvero.

Uno dei miei fumetti preferiti è un ragazzo chiamato “Dennis la minaccia” che parla con il suo amico Joe mentre portano via dalla casa della loro vicina, Mrs. Wilson, un vassoio di dolci. Joe dice, “wow, abbiamo proprio fatto qualcosa di buono per meritare tutti questi dolci!” Dennis risponde: “Joey, Mrs. Wilson non ci dà i dolci perché noi abbiamo fatto qualcosa di buono. Ci dà i dolci perché LEI è buona!”

Paolo scrive che siamo giustificati non per le nostre opere per timore che ci vantiamo. La salvezza in Gesù Cristo ci rende giusti davanti a Dio. Siamo salvati per grazia mediante la fede in Gesù Cristo.

Ora, prendiamo in considerazione questo punto – dato che la fede ci rende giusti davanti a Dio, possiamo agire con coraggio in questa vita per rimettere in ordine le cose con gli altri. La Commissione Fede e Ordine ha ascoltato un altro dirigente indiano che ha descritto il gesto potente con cui la Regina d’Inghilterra ha offerto le sue scuse pubbliche ad un gruppo di anziani della tribù Powhatan in occasione del 400mo (quattrocentesimo) anniversario del primo insediamento britannico in America, a Jamestown, in Virginia. Era la prima volta che la Regina incontrava i leader di questa tribù, dai tempi della principessa indiana Pocahontas e dei primi coloni britannici. Li ha incontrati e ha offerto le sue scuse.

Alcuni di noi hanno ascoltato questa storia con orecchio cinico – come se questa fosse poca cosa, come se fosse troppo tardi. Ma chiaramente, queste scuse offerte pubblicamente ebbero un grosso impatto sugli anziani leader della comunità. Fu un atto di fede che servì come un primo passo verso la riconciliazione. Per fede, i cristiani sono resi giusti davanti a Dio e a causa di questo, noi accogliamo altri con fede.

Secondo il nostro testo del Nuovo Testamento: “Ora la fede è certezza di cose che si sperano”.  La fede connette le nostre realtà quotidiane a una speranza eterna.

Nella nostra chiesa, quando offriamo una Bibbia alle famiglie per il battesimo di un bambino o di una bambina, l’anziano rivolge una preghiera, chiedendo che nel tempo il bambino giunga a scoprire la sua storia personale contenuta nelle storie della Sacra Scrittura. La settimana scorsa, abbiamo consegnato le Bibbie ai bambini di otto anni in modo che potessero avere anche una maggiore padronanza della loro storia di fede.

La fede è una storia di pellegrini. Ognuno di noi deve crescere per camminare con fede sul nostro sentiero. Dice con forza il salmista, “O Israele, spera nel SIGNORE, ora e per sempre”. La fede è certezza di cose che si sperano. Connette la nostra realtà presente alla speranza futura. Cambia persino il modo in cui noi guardiamo agli eventi della nostra vita. E’ la dimostrazione di realtà invisibili.

Su quale sentiero della vita ti trovi oggi? Splende il sole o ci sono lacrime? Su quale sentiero della vita ti trovi? La fede dice, “C’è pace per te, continua a camminare”.

Mentre eravamo a Oklahoma City, il nostro gruppo di lavoro al termine di una sessione serale si recò al Memoriale nazionale nel luogo dove prima c’era il palazzo federale Alfred Murrah. L’amica Muscogee, Ann Marshall ci fece da guida in questo viaggio. Ci raccogliemmo nella cappella interconfessionale, costruita nel luogo che fece da obitorio dopo un tremendo atto di terrore, un orrendo attentato che ebbe luogo nel 1995.

Quel giorno, il marito di Ann era arrivato più presto del solito – come gli era stato richiesto – per prendere servizio come volontario presso il Dipartimento della Sicurezza Sociale.  Solitamente parcheggiava in strada e alle 9 del mattino, in quel momento fatale,  sarebbe stato nel parcheggio a inserire le monete nel parcometro. Ma quella mattina era arrivato abbastanza presto per parcheggiare all’interno, nel garage. Era nel palazzo federale proprio nel momento in cui Timothy McVey azionava la bomba che doveva frantumare la struttura e uccidere migliaia di vite preziose, per sempre.

Suo marito, Raymond Lee Johnosn, che nella vita era un tranquillo volontario sempre in “ultima fila”, viene ricordato oggi da una sedia vuota nella “prima fila” di una distesa di monumenti a forma di sedia. Esse rivolgono lo sguardo verso una piscina che riflette “l’albero sopravvissuto”, un olmo maestoso che è resistito all’attentato.

Entrando nell’allestimento si ode la voce di una madre che dice al suo bimbo: “tuo padre era proprio là nel giorno dell’attentato”. Nel periodo che seguì, la moglie Ann, sopravvissuta, ricevette una chiamata dai servizi segreti. Essi le dissero che avevano trovato la sua auto parcheggiata in una sezione del garage che miracolosamente non era crollata. Le finestre si erano infrante in mille pezzi, le ruote erano a terra, ma quando Ann provò ad accendere l’auto, questa partì. E lei la guida ancora oggi. Essi le dissero che avevano misurato la lunghezza dell’auto. In qualche modo, la forza dell’impatto aveva ridotto la lunghezza dell’auto di 3 pollici. Ann oggi dice che l’auto non è mai tornata come era, alla sua lunghezza originaria. Ma lei dice anche, “E’ una buona auto. Mi porta ovunque io abbia bisogno di andare”.

Ann Marshall è una pellegrina che cammina per fede, e mi ha dato il permesso di condividere la sua storia con voi questa mattina. La sua vita è stata colpita dalla tragedia e non è più come prima. Ma la sua fede la porta ovunque lei abbia bisogno di andare. Lei continua a camminare.

Questo è il dono della fede. Che sa: C’è pace per te. Continua a camminare. I credenti si recarono là. Continua a camminare. La fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono. E’ il dono che Dio ha per te.

Per comprendere il significato della fede, è necessario avere degli amici. La fede. Questo è il dono che Dio ha per te.  Amen.