Esodo 14-15- Passaggio sul Mar Rosso; Il canto trionfale d’Israele

Possiamo immaginarli, gli israeliti che finalmente camminano verso la libertà. Camminano trasognati, non sembra loro vero… il faraone li ha lasciati andare, anzi li ha quasi espulsi. Molto presto, però, vi è un ripensamento: l’imperatore divino non può lasciar partire un’accozzaglia di schiavi, non è accettabile che questa gente miserevole si sia presa gioco di lui. Così, con una reazione assolutamente eccessiva, dovuta al proprio orgoglio ferito, il faraone schiera l’esercito per sbarrare il passo ai fuggiaschi. Israele si vede ora in trappola. Possiamo immaginare anche questo: come ci si sente tra il diavolo che gli israeliti hanno lasciato e il mare profondo che sta loro di fronte? La paura agisce immediatamente nei loro cuori e trasforma repentinamente la gioia del sapore della libertà in nostalgia. Una nostalgia ripiegata su se stessa, che rimpiange ciò che rappresentava la schiavitù con le sue garanzie: meglio in catene - ma vivi e sazi - che liberi, affamati e con la prospettiva della morte.

E’ sorprendente rilevare quanto facilmente cambino l’umore e lo stato d’animo del popolo, e in un breve arco di tempo. Nei capitoli precedenti era la schiavitù a comportare un rischio prossimo e permanente di morte e la situazione era descritta come catastrofica, impossibile; non c’era luce alcuna ed era precluso qualsiasi futuro. Adesso l’Egitto diventa invece un luogo rassicurante, e la schiavitù viene rimpianta perché è, tutto sommato, meno rischiosa della libertà. Questo rilievo ci costringe a chiederci quale sia oggi la nostra opzione davanti alle tante scelte cui siamo chiamati: imbocchiamo il sentiero inedito e rischioso della libertà o ci arrocchiamo nei luoghi rassicuranti dove abitano le nostre schiavitù, le nostre abitudini?

Mosè cerca di tranquillizzare il popolo con l’invito a non avere paura: “non temete, non lasciatevi governare dalla paura” è una parola che ritorna sovente nei momenti di svolta nelle storie che la Bibbia ci racconta. Anche nella notte di Betlemme questa esortazione risuonerà all’orecchio dei testimoni che attoniti e stupiti sono di fronte a quella nascita che cambierà la storia…il contrario della fede, nella prospettiva biblica, non è l’incredulità, ma la paura. E la risposta di Dio, ai mormorii e alle proteste piene di angoscia di quegli uomini, non tarda ad arrivare ma è singolare: mettersi in marcia… verso il mare. Credere che Dio troverà una strada anche dove non la possiamo vedere, obbedire nella fiducia assoluta.

Due popoli in contrasto

Due popoli davanti al mare. Due popoli segnati da forti contrasti. Per afferrare qualcosa di questo episodio straordinario, può esserci d’aiuto un dipinto di Chagall, pittore ebreo russo che ha vissuto la persecuzione, ha trascorso il suo esilio a New York ed è poi rientrato in Francia. Chagall attualizza, ci fa rivivere l’evento con l’immediatezza del linguaggio artistico: Mosé è al centro, vestito di giallo. Stende le mani sulle acque che si dividono, mentre la folla degli israeliti preme inseguita, e la schiuma bianca apre un varco, grazie al soffio di Dio. Gli ebrei, colorati con un azzurro pallido sono in sintonia con il colore del mare, costituiscono una colonna disciplinata e geometrica perfetta: sanno che Dio è intervenuto e questo è sufficiente per aprire una prospettiva. Le loro braccia sono alzate in segno di vittoria, la serenità è quella di una madre che porta il suo figliolo. Un vecchio ebreo curvo – l’ebreo errante – si appoggia al bastone, e cammina in testa al corteo. In contrasto, gli egiziani emanano disordine e confusione. Gridano e il carro del faraone si disintegra. Predomina il rosso fuoco, colore del sangue e della violenza. Il popolo di schiavi passa attraverso le acque sulla terra asciutta (il riferimento al racconto della creazione di Genesi 1 è evidente), l’esercito del faraone onnipotente è sommerso dal mare che si richiude. E’ una vittoria “cosmica”, un nuovo atto di creazione da parte di Dio, dove le forze del caos, ancora non completamente domate, vengono sconfitte.

Da schiavi a figli

Incredibilmente salvi, gli israeliti adesso cantano. Questo testo ci parla di un passaggio stretto, quello da schiavi a figli, attraverso cui generazioni di credenti hanno visto la loro liberazione dalla schiavitù. Basti qui accennare alla spiritualità nera, ai negro spirituals che nascono nei campi di cotone, nei cantieri delle ferrovie, nei porti…gli schiavi cantano e rispondono con altri canti  fino a che il cantare viene vietato perché aumenta il rischio della ribellione. Circa quindici milioni di schiavi sulle navi negriere che raggiungono le coste americane, si identificano con il popolo oppresso di Israele: la storia dell’Esodo diventa la loro storia, Mosè è l’eroe della libertà sognata, il Canada – dove non vi è la schiavitù – diventa Canaan, la terra promessa…

Pane e libertà. A dispetto dei timori e dei malumori del popolo ingrato, la libertà che Dio offre è una libertà piena, non parziale. Dio non baratta, come facevano gli egiziani, il pane in cambio della libertà: offre entrambi, come vedremo. Tutto, da parte di Dio, è gratuito. E la gratuità è sempre difficile da esercitare ed anche da accogliere, ma il passaggio da schiavi a figli porta con sé questo dono prezioso.

Carattere pubblico della lode a Dio

Cantano, gli israeliti liberi. Nella lettura veniamo un poco contagiati da questo movimento straordinario del testo che ci mostra come gli egiziani passino da un’attività frenetica alla quiete della morte, mentre gli israeliti evolvono dalla paura e dal dubbio alla fede tranquilla che si esprime nel canto e nella liturgia.

Caratteristica della fede è, insomma, il passaggio da una concezione topografica a una concezione temporale in cui si esprime il ringraziamento pubblico: il Dio d’Israele ci dice “Sarò con te ovunque tu vada”. Siamo dunque condotti a guardare alle vicende del popolo d’Israele sempre in luoghi diversi.

Le due scene dell’espulsione e della fuga ci dicono anche che tutti coloro che sono usciti dall’Egitto da adulti moriranno nel deserto. E questo ci insegna qualcosa sulla nostra condizione: è come se Dio dicesse “non sta a te compiere l’opera, ma non te ne puoi sottrarre” per aprire la strada alle generazioni che verranno. Ogni generazione è chiamata ad uscire dall’Egitto, attraversando il Mar Rosso, e a rendere grazie con azioni di lode. Ci sarà ancora spazio per la paura e per i ripensamenti…avanzare con Dio attraverso il mare e poi attraverso il deserto, o tornare indietro alle sicurezze e alla schiavitù? Il popolo d’Israele deve ora assumersi le proprie responsabilità e credere che Dio aprirà una strada anche quando il cammino è ancora incerto.

Gli esseri umani vanno verso la libertà e la libertà è l’ultimo degli atti creativi di Dio. Qui incontriamo di nuovo delle donne, come all’inizio dell’Esodo: Maria o Myriam, la profetessa sorella di Aaronne che, prendendo in mano il timpano, chiama tutte le donne ad uscire dietro a lei, danzando e rispondendo: “Cantate al SIGNORE, perché è sommamente glorioso: ha precipitato in mare cavallo e cavaliere”. Il canto di lode inizia a contagiare l’intera creazione.

Libertà e coraggio nel servizio

E noi oggi, come siamo chiamati a rispondere? La vita di chi si affida a Dio non è immediatamente chiara, non c’era e non c’è il navigatore: solo dopo il passaggio possiamo vedere la morte della morte, rinunziare alla schiavitù d’Egitto ed andare avanti accompagnati dall’unica certezza che la vita è passaggio stretto verso qualcosa che non si conosce. E che Dio è con noi. E’ disciplina come segreto della libertà, è coraggio nell’afferrare il reale e nell’agire, è straordinaria trasformazione della sofferenza: uno spazio-tempo di libertà e amore al servizio del prossimo. Con semplicità.