Pentecoste 2007. Chiesa valdese di Milano

Numeri 11, passim

Cara sorella, caro fratello,

oggi è Pentecoste: speriamo ci sia dato, oggi, di potere essere consapevoli – tutti insieme, io per primo - che lo Spirito di Dio sta agendo nella nostra chiesa a Milano.

Non è facile riconoscere l’azione dello Spirito, che non sappiamo da dove venga e dove vada: soprattutto per noi protestanti, che abbiamo sempre così tanta paura di volere identificare, racchiudere, manipolare la presenza dello Spirito dentro e fuori della chiesa. E’ giusta questa prudenza, ma che cos’è questo culto se non una dimostrazione che Dio può – quando non lo imbrigliamo del tutto – “democratizzare” il suo Spirito, renderlo disponibile a tutti, dimostrarci cioè che lo Spirito non appartiene a nessuno, ma può mettere in movimento persone anche molto diverse fra di loro.

Può, anzitutto, come diceva Don Milani (ad una cristianità che non voleva ascoltarlo) restituire la parola al popolo, a tutti, come è avvenuto oggi. Riprendere la parola, nella nostra società, significa per molti potere ricominciare a vivere; ridistribuire il potere e la fragilità della parola significa probabilmente per noi, per le nostre chiese, andare al cuore della questione dell’evangelizzazione. Io credo e prego che questo sia ancora vero e possibile nelle nostre chiese, che sia questa anzi l’identità di queste piccole, e forse un po’ malandate chiese riformate in Italia.

Starà anche a te a questo punto, fratello o sorella, distribuire ancora, e maggiormente, ad altre persone, questo dono e questo peso, questa responsabilità della Parola. “Dono e peso” insieme, perché vedi, cara sorella e caro fratello, vi sono momenti – per coloro che portano da tempo diverse responsabilità nella chiese (come al di fuori di esse) – in cui il peso e la solitudine di una vocazione ricevuta possono apparire insopportabili (cioè, che non possono più essere portate).

Questo capitolo straordinario, questa Pentecoste della Bibbia ebraica ci parla anzitutto di un’impossibilità. Mosè non ce la fa più! (eppure si trattava di Mosè!, del più grande dei profeti! – e aveva visto il mare aprirsi davanti a lui ed al suo popolo, aveva visto e sperimentato la potenza devastante della mano del Signore…). Ma non ce la fa più! Preferisce morire piuttosto che continuare a “portare” il suo popolo. E’ arrivato a essere stanco da morire, da lasciarsi andare per lo sfinimento, chiudere gli occhi…

Mosè vorrebbe “rimettere il mandato”, ma non solo il mandato rispetto all’incarico ricevuto, ma …persino rispetto alla vita che Dio gli ha dato! Sembra voler dire: “Sono arrivato, mi fermo qui, caro Dio, forse mi hai sopravvalutato, non sono in gamba come tu pensavi, ma questo popolo, di miscredenti che preferiscono le cipolle e la carne della schiavitù alla libertà, non è mio, è tuo. L’hai messo al mondo tu, non io, non posso continuare a portarmeli sulle spalle ogni giorno. Ho chiuso: con loro,ma anche con te, con me stesso, con la vita. Te la restituisco questa vita, pesa troppo…”.

Il verbo che viene qui usato “portare” è molto importante: non significa risolvere, neppure giustificare o legittimare; significa “farsi carico, fare proprio il carico degli altri”.

Ebbene sì, fratello e sorella che, nella libertà e nella piena consapevolezza, hai chiesto di camminare insieme ad altri e al Signore che ti ha incontrato nei modi più diversi, oggi la tua presenza qui dice che lo Spirito ti ha chiamato a “portare” d’ora innanzi chi ti starà accanto. Il “credente”, o l’aspirante credente che tu sei, è adesso chiamato a “portare” il suo prossimo. Il dono dello Spirito, che hai ricevuto, non è un privilegio; è un dono, ma potrà anche essere un peso, speriamo non eccessivo, ma che il Signore ti affida.

Il libro di Dietrich Bonhoeffer “Resistenza e Resa”, il testamento spirituale di questo profeta del suo tempo, si conclude con una breve poesia proprio riferita a Mosè, messa in bocca a Mosè al momento della sua morte… Dice “Tu che punisci i peccati e perdoni volentieri, Dio, questo popolo io l’ho amato. Aver portato la sua vergogna ed i suoi vizi, ed aver scorto la sua salvezza: questo mi basta. Reggimi, prendimi! Il mio bastone s’incurva, preparami la tomba, o fedele Iddio”.

Chiedi al Signore, sorella e fratello, come devo chiedergli io ogni giorno, che questa possa essere la tua confessione di fede nel giorno del tuo congedo. Non c’è confessione più bella di quella di chi, anziché prendere le distanze dalla chiesa, dal mondo e dagli altri - come io sono tentato e forse anche tu sarai tentato di fare mille volte - potrà dire semplicemente di avere cercato di “portare” il suo popolo. Solo quel giorno - e non oggi – saprai se hai saputo accogliere il dono ed il peso dello Spirito del Signore.

Mosè vuole mollare tutto, vita compresa. Ebbene, proprio in uno dei momenti più bassi del lungo viaggio che dalla terra di schiavitù dovrà fare approdare “quell’accozzaglia di gente straniera e raccogliticcia” che era diventata il suo popolo, alla Terra Promessa, egli dovrà riconoscere che lo Spirito agisce e trasforma ogni cosa. E non lo lascia solo!

Dovrà riconoscere anzitutto l’intreccio incredibile, presente in questo testo, fra due piani che spesso sembrano separati, paralleli: il “livello della pancia” (o della carne, come qui si dice) e quello dello Spirito. Gli israeliti pensano solo più a ciò che hanno perso; pensano alla nausea che li accompagna ogni giorno in cui devono mangiare quella sorta di resina gommosa dolciastra che è la manna, mentre sognano ciò che avevano in Egitto: la carne, il pesce, l’aglio, le cipolle, i meloni….i profumi, insomma, non soltanto il cibo da mettere sotto i denti. Ed è proprio in questo quadro di ingratitudine e di insopportabile grettezza del popolo, che lo Spirito si manifesta e si diffonde su settanta anziani. Dio si preoccupa di Mosè e, pur arrabbiandosi, dà ascolto anche alla “pancia” degli israeliti. Mangerete carne, sì, mangerete carne per un mese di fila, finchè non ne potrete più!

Vedi, cara sorella e caro fratello che oggi chiedi l’ammissione in questa piccola chiesa valdese, tu forse – come molti di noi – pensi che le cose importanti siano quelle di ordine spirituale, mentre quelle materiali sarebbero del tutto secondarie. Invece questo testo ci dice che per Dio non è così. Dio qui si compromette con ciò che c’è di più profano, con le tue necessità, con i tuoi desideri, si lascia interpellare persino dalle tue voglie più materiali. E’ come se dicesse a te e ad ognuno di noi: vuoi rintracciare l’azione dello Spirito? Guarda alla quotidianità, guarda al carattere profano della vita, alle cose che hanno a che fare con la tua vita di ogni giorno: è (anche) lì che Dio agisce, è in mezzo alle tue ed alle altrui contraddizioni che Dio continua a chiamare e a “mettere da parte” donne e uomini per il suo servizio. Lo Spirito non ti chiama a speculazioni altissime e metafisiche, ma piuttosto a guardare ciò che succede attorno e dentro di te, ciò che ti dicono le grida e le proteste del tuo prossimo.

 

Ultima, duplice indicazione, la più preziosa forse: lo Spirito di Dio, che è su Mosè, dopo il grido di sfinimento del profeta, viene distribuito – diciamo così – su un ampio gruppo di persone. “Non sei più solo, non sarai solo e non sarai sola a portare il tuo popolo”, piccolo Mosè di questa Pentecoste del 2007: perché settanta altre persone (cioè tantissime altre donne ed altri uomini) sono chiamate insieme a te. Pentecoste, nell’Antico Testamento come nel Nuovo, non è mai un fatto personale, ma collettivo. Sempre.

Questa è la storia della fondazione del Sinedrio, la più importante istituzione religiosa e civile del mondo ebraico per secoli e secoli, ma vale anche per te, per noi, oggi. All’interno di questa tenda, cioè del nostro tempio - luogo non sacro, per noi, ma voluto e previsto per invocare lo Spirito ed ascoltare la Parola del Signore - molti altri ricevono, insieme a te, il dono dello Spirito che si diffonde, che si espande in maniera equa ed uniforme su tanti. Non sarai solo, insomma, a portare il peso del tuo popolo. Ricordatelo! Altri ed altre, diversi e simili a te, ti saranno accanto a portare un peso che altrimenti ti ucciderebbe, ti schiaccerebbe.

Ma ricordati anche sempre che, anche al di fuori della tenda, lo Spirito agisce come e dove vuole. Questa storia racconta che due uomini non erano andati nella tenda, ma erano rimasti nell’accampamento e lo Spirito si posò anche su di loro! Straordinaria conferma della libertà dello Spirito di Dio. Giosuè, ovviamente, vorrebbe che questi due venissero messi a tacere, mentre Mosè ha compreso che lo Spirito del Dio che li ha liberati dall’Egitto “sconfina”, senza che nessuno possa trattenerlo.

Non devi soltanto ricordare che Pentecoste si declina sempre al plurale, ma anche che il plurale di Dio è più ampio del tuo. Sempre! Ci dispiace per chi ancora crede – e succede a volte anche nelle chiese della Riforma – che Dio rispetti un perimetro all’interno del quale dovrebbe agire. Non è così! Lo Spirito si distribuisce all’interno della tenda, ma agisce anche al di fuori della tua tenda, là dove non pensavi che potesse arrivare. E ti dovrai presto chiedere se stai con Giosuè o con Mosè: con chi vuole limitare e quindi rivendicare per sé il dono dello Spirito oppure con chi comprende e si rallegra (!) che altri siano raggiunti e trasformati dallo Spirito di Dio.

Ultimissimo rilievo: i due profeti rimasti nell’accampamento si chiamano Eldad e Medad. Eldad significa “Dio ha amato, Dio ama”. Incarna chi di voi, anzi chi di noi, si sente solido e convinto nella fede. Medad significa invece “Chi ama, Dio?” ed è la personificazione di chi passa ancora attraverso il dubbio, colui o colei che cerca Dio, che si chiede ancora se Dio lo ami. Ebbene – questo vale per ognuno di noi in questo tempio oggi – vi è una buona notizia per entrambi. Che tu ti senta più vicino a Eldad, il credente non arrogante ma sereno nella sua fede, o meglio rappresentato nella tua ricerca e nella tua sensibilità da Medad, dai suoi punti di domanda e dall’inquietudine della sua ricerca di fede, sappi che lo Spirito è ripartito su entrambi in parti uguali. Eldad o Medad, avrai la stessa responsabilità nel portare il peso, la speranza, il dolore, la gioia e la miseria del tuo e nostro popolo, di questa chiesa, di questo nostro mondo per il quale Cristo è morto, ed è anche risorto.

Amen