Predicazione su Matteo 27, 33-54
(a cura della pastora Dorothee Mack, venerdì Santo 2007)
Cari fratelli e care sorelle,
abbiamo ascoltato come l’evangelista Matteo descrive la crocifissione di Gesù. A quell’epoca, una crocifissione non era niente di particolare. Allora le crocifissioni venivano eseguite regolarmente. Molte persone. condannate a morte, venivano portate a Golgota, al “luogo del teschio, e con tre chiodi venivano fissate sulla croce, due per i polsi, ed un terzo per i talloni. La morte in croce era anche un modo di tortura estremo: la persona crocifissa era infatti anche destinata a una morte lenta con dolori atroci.
All’epoca, una crocifissione era uno spettacolo che si andava a vedere con curiosità. Il torturato era offerto agli sguardi curiosi della gente, alle beffe, al sarcasmo spietato degli astanti. E come se non bastasse già tutto questo, a Gesù i soldati offrivano da bere con scherno non la solita bevanda che doveva anestetizzare un po’ il dolore, ma una bevanda mescolata con fiele, per aumentare ulteriormente la sua agonia.
Se allora la tortura era uno spettacolo pubblico, oggi viene invece fatta a porte chiuse, negli scantinati, e solo di tanto in tanto ne escono sui media le riprese che ci mettono davanti agli occhi i torturati nella loro agonia, insieme ai loro aguzzini. La descrizione della morte sulla croce, dunque, ci mette davanti agli occhi in modo molto esplicito quello che l’essere umano è in grado di fare al suo simile: di maltrattarlo, di farlo soffrire, di torturarlo fino alla morte.
Ecco, Gesù Cristo lo troviamo, senza dubbio, dalla parte dei maltrattati, dei sofferenti, dei torturati. Chi cerca Lui, lo deve cercare lì. Chi è in sofferenza, chi vive l’agonia, lo ha al suo fianco. Chi, però, maltratta, chi tortura, sta dall’altra parte. L’opzione di Dio, la sua decisione, la sua presa di posizione è univoca, del tutto chiara.
E noi? Noi proviamo sicuramente un disgusto profondo, quando vediamo gli aguzzini all’opera. E ci schieriamo evidentemente contro di loro. Ma vale la pena soffermarci un momento e volgere il nostro sguardo verso di loro.
Perché i soldati trovano gusto a torturare ed a beffarsi di Gesù, offrendogli persino il fiele da bere? Perché questa loro estrema crudeltà e brutalità? Forse è proprio questo il modo per trovare uno sfogo alla loro paura?
Sono soldati romani di stanza in Palestina, dove gli zeloti, un gruppo di guerriglieri contro la potenza occupante, agiscono con attentati contro i singoli soldati. La paura, dunque, era una loro accompagnatrice perenne. E ora, avevano uno degli ebrei nelle loro mani; uno del quale dicevano che era un ribelle, un sobillatore. Dunque potevano sfogare la loro paura via via cresciuta nel tempo, la loro rabbia, la loro ira. Ecco perchè Gesù diventa la vittima di tutto l’odio che si era accumulato in loro.
E questo si ripete in tutti tempi della storia umana: i massacri a carico di coloro che non si possono difendere sono purtroppo sempre esistiti, sono accompagnatori perenni di tutte le guerre di ogni tempo. Gli indifesi diventano vittime di un odio, di una paura ed una rabbia accumulati.
E questa non è una cosa che conosciamo, che viviamo anche tutti noi, anche se in forma mitigata, con espressioni attenuate? Non conosciamo forse, tutti noi, la sensazione di avere paure accumulate, di avere una rabbia, delle ferite profonde dentro di noi, che poi “scarichiamo” su qualcuno che magari non c’entra niente, ma solo perché in quello specifico momento troviamo un’occasione per sfogarci, abbiamo davanti un “capro espiatorio”? Ed è proprio in questo modo che commettiamo una colpa nei confronti di un altro, innocente, e che altri si rendono colpevoli nei nostri confronti.
La croce, dunque, ci ricorda anche la nostra propria, personale colpa. La croce ci ricorda quello che l’essere umano è in grado di fare al suo simile.
Sotto la croce di Gesù, non si trovano, però, solo i soldati romani. Sotto la croce di Gesù passa anche la gente di Gerusalemme. Sotto la croce di Gesù si soffermano anche i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani della comunità ebraica. E tutti quanti si beffano di Gesù, tutti quanti lo deridono.
Gli uni gli dicono: “Tu che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi giù dalla croce!”
Gli altri aggiungono: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Se lui è il re d’Israele, scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui. Ha confidato in Dio: lo liberi ora, se lo gradisce, poiché ha detto: “Sono Figlio di Dio”.”
E di nuovo noi, magari, prendiamo subito le distanze da queste persone che torturano Gesù, con le loro parole. Ecco allora che, di nuovo, vi invito a volgere il vostro sguardo proprio verso di loro e di chiedervi, insieme a me, il perché di questo loro comportamento.
Forse proprio uno di loro ci potrebbe dare una spiegazione come questa: “Questo Gesù aveva suscitato in noi una enorme speranza. Non era forse entrato in Gerusalemme pochi giorni fa, proprio come il re della pace tanto aspettato da tutti noi? Speravamo che fosse lui a portarci finalmente la svolta promessaci da Dio. Speravamo che fosse lui a porre finalmente fine a tutta la nostra miseria…Ma ora la nostra speranza è stata crocifissa con lui, tutta la nostra speranza si è trasformata in una grande delusione. E perciò anch’io l’ho deriso, deluso!”
E non è così, che anche noi conosciamo questa sensazione di sentirci delusi? Delusi da Dio stesso! Dio non mi aveva promesso la sua benedizione? Egli non mi aveva promesso la sua bontà e la sua misericordia? Ma poi, dov’ era questo Dio buono e misericordioso, quando io mi sono ammalato? Dov’era questo Dio quando il mio matrimonio, la mia relazione di coppia è fallita? Dov’era questo Dio, quando hanno portato la guerra nel mio paese? Dov’era questo Dio quando è morto mio figlio?
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato!” questa, infatti, è anche la sensazione che prova Gesù sulla croce. Sulla croce, infatti, è stata crocifissa in un certo senso anche la nostra speranza in un Dio potente che interviene con forza per preservarci da ogni male!
Proprio sotto la croce, allora, siamo chiamati a cogliere la grande sfida della fede:ìdi credere nella presenza di Dio nonostante la sensazione di essere abbandonati da Lui. Di credere che Dio è lì, accanto al crocifisso, anzi - che il crocifisso è proprio Dio stesso.
L’evangelista Matteo sottolinea questo messaggio con la sua affermazione che, nel momento della morte di Gesù, la cortina del tempio si squarcia in due, da cima a fondo. La cortina del tempio aveva la funzione di separare il luogo del “Santissimo” dalla sfera umana. E solo una volta all’anno il sommo sacerdote aveva il permesso di entrare, per chiedere perdono a Dio per tutto il popolo.
Ora, però, la separazione tra Dio e gli uomini è stata abolita. Dio diventa visibile. Là, proprio sulla croce. Non come l’Onnipotente, ma come Colui che soffre con noi, come Colui che ha com-passione di noi. E questo messaggio è talmente sconvolgente, che Matteo riferisce che “la terra tremò.”
Chiediamo a Dio di farci comprendere questo messaggio della croce. Affinché riusciamo a unire le nostre voci con quella del centurione sotto la croce, che esclamò, quando tutto era compiuto: “ Veramente, costui era Figlio di Dio!” Veramente, qui, alla croce, Dio è presente.
Amen.