Cari fratelli e care sorelle,

se vi chiedessi di descrivere Abramo, come lo fareste? Se vi pregassi di dirmi in poche parole il significato della figura di Abramo, come rispondereste?

L’apostolo Paolo, nella sua lettera ai cristiani di Roma, ha usato le seguenti parole per evidenziare ciò che rappresentava Abramo per lui. Leggo dal capitolo 4 i versetti da 18 a 22 nella traduzione della Bibbia interconfessionale (TILC):

Al di là di ogni umana speranza, egli credette che sarebbe diventato padre di molti popoli, perchè Dio gli aveva detto: molto numerosi saranno i tuoi discendenti. Abramo aveva allora circa cent’anni e si rendeva conto che il suo corpo e quello di Sara erano come morti, cioè ormai incapaci di avere figli. Eppure continuò a credere. Egli non dubitò minimamente della promessa di Dio, anyi rimase forte nella fede e diede gloria a Dio: pienamente convinto che Dio era in grado di matenere ciò che aveva promesso. Ecco perchè Dio lo considerò giusto.”

Paolo, dunque, cita Abramo come esempio di una persona considerata giusta da Dio per la sua fede.  Ed infatti, le righe, che abbiamo appena ascoltate, fanno parte del suo grande discorso sulla giustificazione per fede e non per opere. ’immagine di Abramo che ci offre l’apostolo Paolo è quindi quella di una persona con una fede salda e forte, con una fede senza dubbi. Paolo, infatti, descrive Abramo come uno che riusciva a fidarsi della promessa che Dio gli aveva fatto, potremmo dire così, a occhi chiusi, senza dubitare neanche solo un attimo della sua validità.

Abramo, dunque, un eroe della fede? Un grande esempio da seguire per arrivare a una fede che non sia più vacillante ed esitante, a una fede che una volta per tutte, sia riuscita ad escludere interrogativi, dubbi e perplessità?

Ma… - potremmo pensare ora  la descrizione di Abramo che ci danno i racconti della Genesi non è un po’ diversa da quella delle righe dell’apostolo Paolo? I testi che abbiamo ascoltato come letture bibliche per oggi, non ci parlano anche di incredulità, di sfiducia e di perplessità riguardo alla promessa ricevuta?

Ed infatti, all’inizio del capitolo 16 ci viene raccontato, che Sara chiede ad Abramo di fare un figlio con la sua serva Agar. Erano passati ben 10 anni da quando erano arrivati nel paese di Canaan, e Sara, ormai diventata proprio vecchia,  aveva perso ogni speranza di poter ancora mettere alla luce un figlio. Sara, dunque, non riusciva più a credere nella promessa che Dio le aveva fatto. Ed Abramo? Abramo accetta subito questa proposta della moglie di fare un figlio con Agar. Abramo non esita neanche un istante. Questo ci mostra che anche lui aveva perso la fiducia nelle parole di Dio.

Dieci anni di attesa sono tanti! Dieci anni di attesa invana del compimento di una promessa divina possono portare dalla fede all’incredulità, anche un Abramo, anche una Sara che così coraggiosi e fiduciosi erano partiti lasciando alla spalle tutta una vita ben definita e ben conosciuta! Ma ora, dieci anni dopo la partenza, dieci anni dopo la chiamata di Dio, Abramo e Sara cercano di arrangiarsi da soli, senza Dio. Questo “arrangiarsi da soli” era proprio l’espressione della loro incredulità. Fare un figlio con la serva della moglie sterile significava, infatti, costruirsi un’alternativa alla promessa divina.

Dal punto di vista della fede questo è da considerare proprio  un comportamento scorretto. Ed a noi sembra anche un comportamento scorretto sul piano morale. Ma le regole sociali del tempo ammettevano questa prassi, che prevedeva anche che il marito passasse un certo tempo con la serva della moglie in modo da creare con lei un minimo di relazione. Ed era in questo modo che anche Sara poteva avere un figlio, poichè, così come la serva apparteneva alla padrona, i suoi figli erano stati considerati figli della padrona e quindi figli legittimi della coppia, mentre la serva metteva semplicemente a disposizione il proprio corpo.

Durante le letture abbiamo capito anche che questa “alternativa” di Sara e di Abramo alla promessa divina ha portato con sé però molti problemi. Il disprezzo di Agar nei confronti di Sara. La gelosia di Sara nei confronti di Agar e di conseguenza il suo trattamento duro. Ed infine la fuga di Agar nel deserto dal quale ritornerà salva, grazie all’intervento di un angelo. Ma non vorrei entrare in questi dettagli, perchè vorrei dare ancora uno sguardo su quello che ci racconta il capitolo 17 della Genesi.

Il suo primo versetto ci riferisce che, dalla la nascita di Ismaele, figlio di Agar e di Abramo, erano passati altri 13 anni. Abramo, così è scritto, aveva ormai 99 anni! Ed ecco che Dio si rivolge nuovamente ad Abramo, ripetendogli la sua promessa di avere un figlio con Sara. Nonostante il fatto, dunque, che Abramo e Sara avessero deciso di “arrangiarsi da soli” con l’aiuto di Agar, Dio cerca nuovamente Abramo e gli parla. Gli ripete le parole della sua promessa. Ed in più, Dio gli dice che ha proprio stabilito un patto fra se stesso ed Abramo. Un patto che l’uomo non può sciogliere, neanche con la sua incredulità.  E la reazione di Abramo?

Si butta per terra e ride. E ridendo dice: “E’ mai possibile che un uomo diventi padre a cent’anni e che all’età di 90 anni Sara possa partorire?”E poi aggiunge: “C’è già Ismaele. Potresti fare che sia lui il mio erede.” Abramo quindi ride, ride sconcertato. E propone a Dio di accettare l’alternativa alla Sua promessa cioè di accettare Ismaele, il figlio di Agar, come erede ufficiale! E Dio anche qui non si ritira, ma ripete semplicemente con convinzione la Sua promessa.

Nel capitolo 18 poi verrà raccontato ancora un altro riso amaro, il riso di Sara, come reazione all’ascolto dell’ennesima ripetizione della promessa divina di avere ancora un figlio. Questo riso di Sara, al contrario di quello di Abramo, nella storia della fede è diventato famoso – come esempio negativo di una persona che non riesce a fidarsi di Dio e delle possibilità di Dio.Come esempio di una persona con poca fede che, grazie a Dio, aveva accanto a sè un uomo come Abramo, e cioè un uomo di grande fede....

Devo ammettere che io stessa ero sorpresa dal fatto che anche Abramo avesse riso! Questo dettaglio mi era proprio sfuggito, e dire che questi testi li avevo letti e studiati tutti durante i miei studi.

Abramo e Sara, dunque, ridono, ridono ormai sconcertati, quando sentono la promessa di Dio. Troppo tempo è passato. Ormai la condizione fisica per avere un figlio non esiste proprio più, neanche per Abramo! Abramo, ora, non potrà più dare un suo contributo per compiere la promessa di un erede, come aveva provato a fare con Ismaele. I nostri capitoli della Genesi, infatti, evidenziano molto bene il dettaglio, che ormai anche Abramo era arrivato al punto di non poter più concepire ...Ora, infatti, un figlio non sarebbe più minimamente merito suo, ma unicamente un dono di Dio. Ed è proprio in quel momento che la promessa di un erede finalmente diventa realtà! Per far capire ad Abramo ed a Sara che non siamo noi che possiamo far compiere le promesse di Dio, ma solo Dio stesso. E questo, Abramo e Sara, forse l’hanno potuto comprendere solo nel momento in cui non potevano più contribuire al suo compimento.

E a noi, uomini e donne del 21esimo secolo, che cosa dicono questi racconti…?

Un primo messaggio per noi potrebbe essere questo: proprio Abramo, che parte con grande fede verso la terra promessa e verso la promessa di un figlio, vive anche periodi colmi di dubbi, di perplessità e di incredulità. Proprio Abramo, che viene citato come esempio di una fede salda, a un certo punto della sua vita cerca di fare da solo, senza Dio.

E questo mi porta ad affermare che anche la fede più grande non esiste senza periodi nei quali prevalgono il dubitare ed il sentirsi lasciati soli e la sensazione di essere condannati a se stessi ed alle possibilità umane limitate. Ed è proprio questa affermazione che  può essere vissuta da ognuno di noi come un sollievo e come  una grande consolazione: cioè, che essere credenti non significa avere sempre la stessa fede salda, che dichiararsi credenti  non significa neanche dover escludere dalle nostre riflessioni i dubbi, le domande, le perplessità. Ed è in questo senso che mille anni dopo Abramo un uomo, incontrando Gesù, può affermare: “Io credo, vieni in aiuto alla mia incredulità”.

Un secondo messaggio di questi racconti, penso consista in questo: che Dio mantiene comunque le sue promesse! Certo, nel caso della promessa fatta ad Abramo ed a Sara, i due hanno dovuto aspettare tanto. Ed è proprio stata questa attesa lunga che li ha portati verso i dubbi e l’incredulità. E noi? Quale promessa abbiamo ricevuto noi? Penso che noi cristiani non possiamo parlare di promessa divina senza parlare di Gesù Cristo. Ed è lui che ci ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai.”

Ecco la promessa divina per noi. La promessa di risurrezione e di vita. Ed ogni qual volta che lo spirito di  riconciliazione riesce a superare l’odio e la violenza, che la forza della giustizia mette fine all’oppressione ed allo sfruttamento, che la misericordia crea comprensione e comunione fraterna, che la guarigione supera la malattia, che il sorriso vince la rabbia ed il pianto, ogni qual volta, dunque, che la vita vince la morte, Dio ci ricorda la validità della Sua promessa, venendo in aiuto alla nostra incredulità.L’incredulità, che viene però sempre di nuovo alimentata dall’esperienza di non vivere il compimento della promessa.

Abramo e Sara hanno visto l’adempimento della promessa, vedendo nascere, increduli, il loro figlio. Noi, di tanto in tanto possiamo intravvedere soltanto i segni precursori della promessa, il suo adempimento, però, non lo possiamo ancora vedere, ma solo credere.

Perciò preghiamo insieme, anche oggi: “Io credo, vieni in aiuto alla mia incredulità”.

Amen