Marco, 10: 17-27 (Gianni Genre)
Quanto sarebbe facile fare del facile moralismo cercando di commentare questo episodio dell’incontro di Gesù con il giovane ricco. Ma penso che l’Evangelo non si possa mai ridurre a morale, pena la perdita, la vanificazione del suo messaggio – e in qualche modo della morte (e Risurrezione) di Gesù per noi…
Eppure parlare di ricchezza diventa sempre più necessario, nel nostro tempo, per comprendere e affrontare in modo consapevole le grandi sfide del nostro tempo: il terrorismo, la fame, il malessere sottile e diffuso che colpisce ormai una percentuale importante dei nostri contemporanei in questo mondo occidentale “opulento” o “consumista”, come molti lo definiscono. Soprattutto, è importante non barare e non ripetere, neppure nelle chiese, luoghi comuni che denunziano il carattere demoniaco del denaro…
Se infatti per la maggioranza di noi forse non esiste un’ossessione della ricchezza, in molti pensiamo però che un po’ di denaro in più non guasterebbe, non ci corromperebbe più di tanto e non ci renderebbe affatto schiavi di una voglia progressiva di possesso…al tempo stesso, siamo consapevoli, almeno in parte, che la nostra ricchezza e la nostra sicurezza sono frutto di meccanismi che producono miseria in altre parti del mondo, presso la larga maggioranza dei nostri compagni di umanità, che soffrono per la mancanza di una migliore distribuzione delle ricchezze (basti pensare allo spreco delle risorse nel nostro pianeta, che crea scompensi folli...)
Siamo insomma più consapevoli di un tempo che avere di più ci fa entrare in una spirale pericolosa, dove si rischia di non avere mai abbastanza, dove si è quasi costretti ad avere ancora di più. Lo vuole la pubblicità, lo vogliono i media...lo vuole lo sguardo degli altri che ci classifica e ci fa apparire più o meno importanti.
Questo testo ci parla dello sguardo di Gesù nei confronti del giovane ricco: non possiamo negare quanto la questione dello sguardo degli altri sia per noi importante. Fin dall’inizio della nostra vita lo sguardo di chi ci circonda è stato importantissimo: sappiamo che dallo sguardo di chi ci ha accolto, al momento della nascita e nei primi anni della nostra esistenza, dipende in buona parte la formazione del nostro carattere ed il nostro atteggiamento nell’affrontare le difficoltà e la fatica della vita. Eppure, quando l’”avere” prevale sull”essere” sappiamo di correre un grande rischio. Ci sono così tante persone che hanno molto, ma sentono di essere poco, troppo poco.
Ecco chi è il giovane del nostro testo: una persona sicuramente ricca, ma consapevole che qualcosa di importante, di più importante delle sue ricchezze gli manca. Ha tutto, ma qualcosa gli manca. Gli manca qualcosa che non può essere comprato: la vita eterna, dice, cioè il senso della vita, la possibilità di sapere che la sua vita è più delle sue ingenti ricchezze, ha un fondamento, un orientamento, una prospettiva che vanno aldilà dell’accumulo del denaro.
“Come posso fare per ereditare la vita eterna?” chiede a Gesù e la domanda, la scelta dei termini della domanda è estremamente significativa. Vorrebbe ereditare la vita eterna, così come ha ereditato le sue ricchezze, ma non è affatto sicuro di essere figlio di Dio – e come tutti sanno, solo i figli hanno diritto ad ereditare. E non debbono assolutamente fare nulla per ereditare, non debbono affatto “meritarsi” l’eredità. L’eredità non si ottiene attraverso una contropartita neppure nei rapporti umani, nelle relazioni familiari che ognuno di noi vive; a maggior ragione, l’eredità da parte di Dio non ci è data in cambio di alcunché: pensiamo alla parabola del Figliol prodigo, dove il figlio minore ottiene su semplice domanda la sua parte di beni e, anche dopo avere sperperato ogni cosa, viene riaccolto con lo stesso amore dal padre…
E’ difficile capire che per ereditare bisogna soltanto ricevere, è difficile spesso anche nei rapporti fra genitori e figli. I nostri figli non vogliono “dipendere”, vogliono meritare da soli, vogliono non avere alcun senso di debito nei confronti dei padri e delle madri; vogliono sapere di “essere” per ciò che fanno, non per ciò che hanno ricevuto. Ed è qui la chiave del nostro racconto. Il giovane ricco non è abituato a ricevere; è abituato a comprare, non solo con i soldi, ma – nei confronti di Dio – anche con il comportamento. “Ho meritato, Maestro buono, quello che ho, sono degno delle mie ricchezze, non le ho rubate, me le sono guadagnate. Sono legittimamente mie. Ed anche davanti a Dio ho fatto ciò che dovevo fare: ho rispettato fin dalla mia infanzia tutto i comandamenti, sono “a posto”.
Ecco l’errore, l’impedimento del giovane ricco: non solo e non tanto le ricchezze, ma la presunzione che anche l’amore, lo sguardo di Dio, si possa guadagnare, o meritare… “Ehi, Dio mio, guarda come mi sono attenuto a ciò che la tua legge chiede…” Il giovane chiama Gesù Maestro buono perché pensa di essere anche lui buono, spera che Gesù lo rassicuri: “sì, anche tu sei buono, tutto ok per te nei confronti di Dio, non preoccuparti, hai meritato ciò che chiedi…”
Eppure… qualcosa gli manca, perché altrimenti, se fosse così sicuro di sé non chiederebbe nulla a Gesù…Riconosce comunque che qualcosa gli manca. Ed è proprio a quel punto che il testo ci dice che “Gesù, guardatolo, lo amò…” E’ fondamentale rilevare questo dettaglio. Gesù lo amò, Gesù alza il suo sguardo con amore verso di te proprio quando riconosci che qualcosa ti manca. Gesù ti guarda con amore non per quello che hai, ma per quello che ti manca. E’ il riconoscimento di ciò che ti manca che ti può salvare, che ti può portare verso la Vita Eterna. Davanti a Gesù ciò di cui hai bisogno non è qualcosa di più rispetto a ciò che hai e che puoi vantare, ma è qualcosa di meno, è il riconoscimento di ciò che ti manca qualcosa, che anzi puoi disfarti di qualcosa per essere nella condizione di ricevere uno sguardo, da Gesù, pieno di amore…
La speranza nasce quando manca qualcosa nei tempi della carenza, esattamente come l’amore e come la fede: anche la fede non è qualcosa di più, che hai in più degli altri, è il riconoscimento di qualcosa di meno, il riconoscimento che aspetti da Dio ogni cosa, che non sei l’artefice della tua vita… Gesù questo chiede da parte nostra: la consapevolezza ed il riconoscimento di essere persone che debbono confrontarsi continuamente non con quello che hanno e che hanno meritato, ma con quello di cui mancano e che Gesù vuole offrirci…
Ecco cosa possono fare le tue ricchezze - materiali e spirituali - fratello e sorella: impedirti di vedere ciò che ti manca. E se non vedi questo, perdi tutto, in questa vita anzitutto, e poi nell’altra…La risposta di Gesù, lo sappiamo, suona un po’ grezza, un po’ pesante: “vai, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e poi seguimi…”
Oltre a ricordare sommessamente che noi siamo qui oggi, in una chiesa che ancora si chiama “valdese” grazie a uomini e donne che più di otto secoli fa presero sul serio questa duplice indicazione di Gesù, oltre a ricordare che ancora oggi c’è chi la prende sul serio ed alla lettera; ricordiamoci che il programma che conduce alla Vita Eterna corrisponde ad una Vita Essenziale.
Vita Eterna per Gesù è Vita Essenziale. Riconosci ciò che ti manca e, per giungere a questo riconoscimento, sbarazzati di ciò che ti impedisce di fare questo. Disfati di ciò che ti vieta di camminare su sentieri di solidarietà, di giustizia e di dignità, tua e degli altri - e poi segui Gesù, il cui sguardo nei confronti di chi manca di molte cose, di tutto, è pieno d’amore. Non c’è alcun moralismo in questo: c’è solo la Buona Notizia dell’Evangelo, che vuole dare senso alla tua vita rendendole adesso e qui il senso dell’eternità. Mettere in secondo piano le nostre ricchezze, materiali, sociali, spirituali, il nostro bisogno di sentirci sempre al sicuro in tutti gli ambiti della vita, non permettere a queste cose che possiamo “vantare” di impedirci di pensare a Dio e di “vedere” gli altri.
Ho l’impressione che un bel po’ di persone lo faccia ancora oggi, un po’ ovunque nel mondo - e che anche i nostri figli, vedendo noi, potranno forse seguirci, ereditare da noi ciò che abbiamo ereditato da altri che hanno seguito Gesù lasciando tutto per seguirlo…
E’ vero, la storia si conclude male, con il giovane ricco che se ne va triste e dolente, perché molti beni gli impedivano di riconoscere le sue carenze…E Gesù non fa nulla per trattenerlo, e ci dispiace molto: vorremmo finisse in altro modo la sua storia, la tua storia, la mia storia….
Ma Gesù qui sembra rispettare l’impossibilità del giovane, la mia e la tua impossibilità; non vuole evitarti il confronto con te stesso, che sarà un confronto duro, doloroso, ma aggiunge una parola piena di speranza che però dice solo ai suoi discepoli: “Agli uomini è impossibile essere salvati, ma non a Dio, poiché ogni cosa è possibile a Dio”. Gesù sa che solo Dio potrà cambiare il cuore del giovane, potrà cambiare il tuo cuore, potrà permetterti di sbarazzarti di tutto ciò che ti impedisce di essere amato, gratuitamente.
Quanto a Gesù, lui ha deciso per il dono: il dono di ciò che aveva e di ciò che era, della sua vita, una vita straordinariamente povera, eppure straordinariamente ricca, perché ricca della vita di Dio, della Vita Eterna, di quella vita che ti vuole donare perché il suo sguardo, se solo riconoscerai ciò che ti manca, sarà sempre uno sguardo pieno di amore.
Amen