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  Riflessione biblica 11 Sep 2010

bibbiaRiflessione biblica

La Bibbia si apre con il giardino dell’Eden letteralmente delizia, dolcezza, qualcosa di sublime «fece spuntare ogni sorta di a

All’ombra dell’albero della vita

Genesi 2:4-10…15-17; Apocalisse 22:1-5

 

Oggi v’invito a fare una passeggiata attraverso la Bibbia, desidero rendervi partecipi di qualcosa di bello che ho scoperto in queste settimane, rifletteremo sulla cosa più preziosa che abbiamo e che Dio ci dona e ci dona in abbondanza: la vita. La tua, la mia, le nostre vite nel rapporto con Dio. Partiamo per questo tour ascoltando due testi biblici uno dall’Antico e l’altro dal Nuovo Testamento che ci accompagneranno in questo cammino

Leggiamo in :

Genesi 2:4-10 e 15-17

Queste sono le origini dei cieli e della terra quando furono creati. Nel giorno che Dio il SIGNORE fece la terra e i cieli,  non c'era ancora sulla terra alcun arbusto della campagna. Nessuna erba della campagna era ancora spuntata, perché Dio il SIGNORE non aveva fatto piovere sulla terra, e non c'era alcun uomo per coltivare il suolo;  ma un vapore saliva dalla terra e bagnava tutta la superficie del suolo. Dio il SIGNORE formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente. Dio il SIGNORE piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi pose l'uomo che aveva formato.  Dio il SIGNORE fece spuntare dal suolo ogni sorta d'alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi, tra i quali l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male.  Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, e di là si divideva in quattro bracci.(…)   Dio il SIGNORE prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. Dio il SIGNORE ordinò all'uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino,  ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai».

Apocalisse 22:1-5

Poi mi mostrò il fiume dell'acqua della vita, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello.  In mezzo alla piazza della città e sulle due rive del fiume stava l'albero della vita. Esso dà dodici raccolti all'anno, porta il suo frutto ogni mese e le foglie dell'albero sono per la guarigione delle nazioni.  Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell'Agnello; i suoi servi lo serviranno,  vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte.  Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli.

Quel nostro giardino perduto

La Bibbia si apre con un inno alla creazione, il giardino dell’Eden letteralmente delizia, dolcezza, qualcosa di sublimefece spuntare ogni sorta di alberi piacevoli a vedersi e buoni per nutrirsi» è un dominio di Dio questo giardino tutto intonato alla pace, alla serenità , al godimento. In questo giardino scopriamo due alberi diversi e distanti tra loro: l’albero della vita e quello l’albero della conoscenza del bene e del male. Tutto è permesso in questo Eden salvo infrangere un divieto: mangiare i frutti dell’albero della conoscenza. Ma il limite verrà scavalcato, dopo la trasgressione questo luogo di godimento e serenità diventa luogo di nascondimento, di paura, di angosciosa incertezza. L’ Eden armonioso diventa un punto all’orizzonte sino a scomparire: l’uomo e la donna, vagano ormai in una  terra ostile, difficile, tra spine e rovi «tu mangerai il frutto del suolo con affanno…mangerai l’erba dei campi, mangerai il pane con il sudore del tuo volto finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto: perché sei polvere e polvere ritornerai». L’antidoto al frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male sarebbe stato il frutto dell’albero della vita, la vita eterna…si spengono così per sempre le luci sull’Eden paradisiaco e comincia la storia fuori dall’Eden, tutto ricomincia fuori da quell’armonia perduta.  E qui risuona la domanda di Dio che inchioda alle proprie responsabilità: « Adamo dove sei?».  Così inizia la nostra storia, fatta di cadute e rialzamenti, di verità e di menzogna. Il limite infranto da parte di chi ha voluto essere come Dio ha precipitato la situazione… e tutto questo avviene in una cornice naturale che noi abbiamo in parte o totalmente perduta. Gli alberi fanno da sfondo a questo eterno conflitto tra vita e morte, tra verità  e menzogna: potremmo dire che la sapienza biblica si esprime anche attraverso gli alberi: l’uomo e la donna giusti sono come alberi piantati vicino a ruscelli, il cui fogliame non appassisce, e tutto quello che fa prospererà (Salmo 1) o potremmo citare Abramo che nel suo viaggio si ferma all’ombra della quercia di More per ascoltare e riflettere su ciò che Dio gli dice (Gen.12,6) o, se volete, in Isaia l’immagine della gioia dell’incontro con Dio è caratterizzato dagli alberi della campagna che batteranno le mani (Isaia 55,12). L’albero insomma con le sue radici e la sua linfa è un elemento che rinvia alla potenza divina che nutre gli essere viventi, che affonda le sue radici su un terreno solido e irrigato; un meccanismo quello del nutrimento delle piante -per le conoscenze scientifiche del tempo- misterioso quasi a volerci dire che Dio può nutrire la vita con la sua Parola come la linfa nutre le piante. Nel libro dei Proverbi la Sapienza di Dio che precede la creazione e che offre verità e giustizia è indicata come l’albero di vita almeno «per quelli che l’afferrano e quelli che la possiedono sono beati»(Pr.3,18). 

Tra due alberi

L’armonia tra Dio e l’umanità evocata nell’antico racconto dell’Eden si è infranta; d’ora in poi l’ombra proiettata sulla vita umana sarà quella dell’albero della conoscenza del bene e del male e non più quella dell’albero della vita.  Studiosi, in particolare ebrei, nel corso dei secoli hanno svolto riflessioni su questa contrapposizione tra l’albero della vita e l’albero della morte. C’è anche un antico racconto ebraico che narra di un giardiniere dell’Eden che non sapeva bene quale pianta dover annaffiare e curare prima: se quella della vita o quella della conoscenza del bene e del male. E’ nata così l’idea della contrapposizione a cui si affiancherà un'altra interpretazione che vedeva nell’albero della vita una pianta immensa sotto la cui ombra si sarebbero raccolti i giusti di tutti i tempi: rimane il fatto misterioso di quest’albero della vita di cui sappiamo poco e sul quale tanto si è raccontato nel corso dei secoli.

Uno scultore austriaco, Gerald Bradstoetter,  interpretò l’albero della vita come un albero di grandi dimensioni che raffigurò in bronzo nella hall di una casa di riposo per anziani; un albero i cui rami si allungano nei corridoi sui quali si affacciano le stanze dell’istituto, come un edera che penetra dappertutto e che ha come frutti appesi ai rami delle persone. Secondo questo scultore l’albero della vita è l’albero dell’umanità che ci ricorda che quei frutti germogliano e con il passare delle stagioni scompaiono per lasciare posto ad altri frutti. Immagino questo misterioso albero della vita  come il luogo dell’armonia con Dio, piantato nel nostro giardino perduto. Ma quest’ albero -per quanto misterioso- ci rinvia non ad un passato irrecuperabile ma al  futuro che ci attende. Troviamo questo stesso albero della vita non solo all’inizio dei grandi racconti fondativi del codice dell’umanità ma anche alla fine, nell’ultima pagina della Bibbia. L’ultimo messaggio dell’ultimo capitolo dell’Apocalisse è dedicato anche all’albero della vita. E’ come se quest’albero della vita aprisse e chiudesse il lungo racconto che si snoda attraverso i sessantasei libri che formano il primo e il secondo patto, il Vecchio e il Nuovo Testamento.

Tu dove sei ?

L’albero della conoscenza del bene e del male rinvia alla nostra reale condizione umana e la domanda di Dio « dove sei ? » ci tocca personalmente. A questa domanda, come eredi dei fuggiaschi dall’Eden, risponderei così : «Signore siamo qui come dei poveri diavoli  immersi nelle contraddizioni, nelle difficoltà di situazioni tutt’altro che idilliache, da qui guardiamo a Te. Sappiamo che non ci togli né ci risolvi i problemi ma sappiamo che ci sei, che ci ascolti. Sappiamo che non sei un Dio assente e distante; noi desideriamo essere in  tua compagnia all’ombra dell’albero della vita, vogliamo che Tu ci raggiunga, desideriamo infatti camminare e stare con te in una comunione profonda che non ci è ancora completamente offerta. Una comunione alla quale tendiamo e qualche frammento di questa comunione profonda l’abbiamo già vissuto nella nostra stessa fede». Ma  in questo viaggio della fede -dalla Genesi all’Apocalisse- si passa accanto ad  un altro albero, o meglio ad un palo, quello rizzato sul Golgota che ha svelenito la morte, ha abbattuto il nostro stesso limite nella risurrezione di Cristo. La Croce, l’albero tagliato e sagomato come un palo è lì a ricordarci che lungo l’itinerario della vita la maledizione della morte è stata sì sconfitta, ma rimane presente ed operante.

Un amico mi ha segnalato una bella leggenda medioevale segnalata dal grande storico delle religioni Mircea Eliade. In breve si racconta che il legno del  palo del Golgota fu ricavato dall’albero della vita cresciuto grazie al seme che un angelo mise sotto la lingua di Adamo prima che morisse. La croce del Golgota venne innalzata proprio nel luogo esatto dove era stato sepolto Adamo. La leggenda prosegue sottolineando che quando dalla croce il sangue di Gesù colò a terra penetrò attraverso il terreno  sino al cranio di Adamo, che fu l’unico uomo ad essere battezzato con il sangue di Cristo. Adamo fu così riscattato dal suo peccato; è un apologo un po’ truculento per i nostri gusti, un exemplum, per indicare la meta verso cui ci muoviamo, l’orizzonte insomma è quello della redenzione. 

Quel palo del Golgota rizzato di fronte alla città di Gerusalemme indica un'altra città in cui ci sia posto per tutti e in cui ci sarà dato di vedere Dio faccia a faccia.

Di quale vita parliamo ?

 I nostri limiti, i nostri errori, non  possono impedirci una nostra piena comunione con Dio che ci ha donato la vita. Egli vuole per tutti noi una vita piena, ricca di relazioni, di esperienze, di passioni, ma noi vediamo anche come questa vita sia sovente calpestata sia da parte di chi disprezza in mille modi diversi la vita che Dio ci ha donato come un bene prezioso quasi che a contare fossero i soldi o il colore della pelle o la posizione sociale o politica, sia da parte di chi vuol farci credere che quando la vita si riduce a puro stato vegetativo, che quando  vivere dipende solo dall’accanimento terapeutico variamente inteso che viola la natura stessa, quasi che ci fosse qualcun altro responsabile della nostro stesso vivere e dovesse decidere per noi, che quella sarebbe anche vita…No, per noi vivere vuol dire anche la libertà di esprimere la nostra volontà su come vivere e su come morire. Salvaguardiamo la nostra stessa dignità e non la deleghiamo ad altri che decidano per noi. Non possiamo evitare di essere profondamente responsabili della nostra stessa vita, delle sue relazioni; ogni nostra azione porta con sé delle conseguenze sulle quali occorre riflettere perchè vita è anche quell’insieme di relazioni, di emozioni, di sentimenti, di affetti e di avversità che noi stessi abbiamo costruito e magari distrutto e desideriamo ricostruire con altre persone. Ed è di nuovo qui, nel groviglio in cui viviamo, che sentiamo il bisogno di un nuovo ordine, quello di Dio, al quale aspiriamo con tutte le nostre forze.

Non è il nostro ordine che vogliamo imporre agli altri ma piuttosto cerchiamo l’ordine di Dio, quello che Cristo ha espresso nell’invito  ad amarci gli uni gli altri e ad accoglierci reciprocamente proprio come Cristo ci accoglie. La chiesa non è l’albero della vita,  non siamo neppure il Regno di Dio in terra ma ci sia concesso almeno di poterlo  indicare attraverso scelte concrete; desideriamo camminare verso la direzione che la Parola di Dio rivela, quel cammino dove ogni vita, ogni persona è portatrice di un indelebile , irripetibile dignità che va rispettata.

Dio non  ci tiene al guinzaglio

Dall’albero della conoscenza del bene e del male noi andiamo verso l’albero della vita di Dio. Ma  non siamo al Suo guinzaglio, possiamo anche scegliere altre strade, possiamo anche  fermarci e accettare supinamente  le cose così come stanno. Oppure  possiamo credere -e questo è il mio invito di oggi- che la ricerca di Dio in Gesù Cristo sia una vocazione sempre attuale, un compito dal quale non possiamo esimerci se vogliamo vivere veramente e allo stesso tempo consegnare un mondo vivibile a noi stessi e a chi verrà dopo, così come vogliamo continuare a sognare quell’armonia profonda e vera con Dio e tra di noi. Un armonia perduta perchè violata dagli imperativi economici, da rapporti umani calpestati, saccheggiati, sfruttati, distrutti per sempre da menzogne raccontate come verità. Ma non dobbiamo affidare noi stessi alle nostre paure, alle nostre chiusure e alla nostra rassegnazione. La strada  indicata va in un'altra direzione, ogni piccolo passo verso l’albero della vita è un prezioso avanzamento verso la giusta direzione in cui il rispetto della vita di ognuno nella sua dignità e libertà è la bussola da consultare costantemente. 

L’ultima immagine della Bibbia non è più quella iniziale del giardino dell’Eden da cui eravamo partiti e che non era comunque il «paese della cuccagna». Questa volta l’immagine è il frutto del lavoro dell’uomo: la città.

Dal giardino alla città

E  nella  piazza centrale di questa città ritroviamo l’ elemento iniziale di quel giardino perduto: l’albero della vita. Alla fine della storia il male, il peccato che si frappone tra noi e il raggiungimento della meta è stato sconfitto. Quell’albero della vita è  piantato  nel cuore della città di tutti;  la città dove nessuno è escluso e l’umanità è ricomposta e vedrà ciò che non poté vedere Mosè: il volto di Dio. Che cosa incontra il credente nella tappa finale ? Dio stesso, la sua armonia, il suo accoglierci, la sua comunione con tutti i popoli. Nella città dell’albero della vita  c’è un posto riservato a ciascuno anche se nelle nostre città vige l’espulsione. E in  questa città futura attraversata dal fiume sulle cui rive cresce l’albero della vita c’è una piazza. In attesa di dialogare e incontrarci sulla piazza in cui non ci sarà più nulla di maledetto, dobbiamo vivere il nostro essere in piazza oggi. Nella nostra piazza urbana e nella piazza virtuale. Ci siamo anche noi, siamo su questa piazza italiana con le nostre vite e proposte di popolo evangelico. Sognamo la comunione con Dio all’ombra del suo albero mentre siamo sovente incapaci di comunione tra noi, sognamo la città futura che accoglie tutti mentre costruiamo muri nelle nostre città, nelle nostre comunità, nelle nostre menti: ma in questa e in altre difficoltà siamo presenti. Non siamo in un indefinito altrove, siamo credenti e cittadini di questo stato. Siamo qui con i nostri progetti, le nostre azioni, le nostre polemiche, le nostre realizzazioni e i nostri fallimenti. La nostra è la storia di una comunità composita in cammino, tribù protestanti in viaggio in Italia verso l’albero della vita, ogni tanto perdiamo la strada ma la Sapienza di Dio ce la fa ancora ritrovare, ogni tanto ci ammaliamo e ci sembra di morire ma Cristo ci guarisce, ci rimette in piedi  e ci rispedisce più forti di prima al compito della testimonianza, e se oggi siamo qui riuniti nel culto della domenica mattina è anche perchè vogliamo incoraggiarci a continuare il viaggio attraverso i problemi e le attese di oggi con più determinazione di prima. Poi quando un giorno finalmente seduti all’ombra dell’albero della vita ripenseremo a questo nostro tempo, rideremo delle nostre paure, dei nostri errori, delle nostre piccolezze. Quando la conoscenza del bene e del male verrà abolita e lascerà posto alla perfezione, quando non ci sarà più bisogno di distinzioni, di  linguaggi, di rinnovati scontri e  interpretazioni perché ormai vedremo finalmente faccia a faccia ( I Cor. 13,12).  Quello sarà il tempo nuovo in cui coglieremo non più in parte come facciamo ora, ma completamente  il senso profondo della nostra vita in tutta la sua leggerezza e profondità: desideriamo fortemente andare  verso la completa comprensione del disegno divino perciò vogliamo camminare guidati dalla  Sapienza dei profeti e di Cristo sino alla fine.  Quando saremo all’ombra ristoratrice dell’albero della vita, sulla grande piazza della città attraversata dal grande fiume che sgorga dal trono di Dio in cui vivono le nazioni guarite, lì risuonerà, alto e chiaro, il nostro grazie a Colui che  ci ha dato la vita insieme ad un compito da svolgere ora, oggi, finché c’è vita, perché dopo sarà troppo tardi.

Amen

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