Ebrei 4:
12-14
Past.
Giuseppe Platone
Domenica 7
Febbraio 2010
Infatti
la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a
doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture
dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non
v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono
nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render
conto. Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i
cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo.
L’immagine che
oggi ci viene proposta è piuttosto violenta. La Parola di Dio come «spada a
doppio taglio». In effetti - se ci pensiamo -
il cristianesimo nel corso dei secoli ha usato, in molte, troppe,
occasioni, questa Parola proprio come una spada. Storicamente non c’è stato terreno più fertile della
religione, compresa quella cristiana,
per suscitare violenza e fanatismo, odi e divisioni. E questo succede quando appunto il messaggio è impugnato come
una spada, che taglia, che giudica,
distrugge non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Le derive
clericali, fondamentaliste, discriminatorie utilizzano questa Parola per conculcare,
opprimere, dominare, rendere succubi, far nascere tremendi sensi di colpa; trasformandola in precetti inappellabili
quasi che si potesse detenere di Dio il monopolio, e lo si potesse quindi
facilmente amministrare a tutela dei propri interessi, espropriandolo del suo
stesso giudizio e trasferendolo qui sulla terra. Quanta sofferenza è stata
impartita in nome di una pretesa verità divina, in nome di un Dio crudele. L’
immagine violenta che ci arriva da questo passaggio della Lettera agli
Ebrei contrasta fortemente con la visione
di dolcezza, di misericordia, di perdono, di accoglienza e quindi di
liberazione che scopriamo nel messaggio
evangelico al di là dei linguaggi, delle incrostazioni storiche. Se osserviamo il testo da più vicino esso ci
aiuta a cogliere alcune caratteristiche
della Parola, significativamente ne incontriamo cinque, proprio come i libri
della Torah: la Parola è vivente, è efficace, affilata, penetrante,
e ultima sua caratteristica capace di portare alla luce ciò che è nascosto.
Occorre
comprendere che l’immagine della spada era
certamente, per l’ascoltatore del tempo, un immagine immediata, comprensibile. Essa si rifà immediatamente ad un elemento della
vita quotidiana, visibile in ogni contrada. La spada era appesa alla cintura
dei soldati... è un po’ come quando nella Lettera agli Efesini s’ invitano i
credenti a rivestire l’armatura ,la corazza della giustizia, a impugnare la
spada dello Spirito e l’elmo della salvezza ( Efesini 6 10 sgg.) oppure sempre
nel Nuovo Testamento là dove, in I Tessalonicesi (5,8) s’invitano i cristiani
ad essere sobri e si aggiunge: «avendo rivestito la corazza della fede e
dell’amore e indossato per elmo la speranza della salvezza». La pax
romana con le sue armate, i suoi presidi militari è davanti agli occhi di tutti
ma quegli strumenti di morte e di oppressione e devastazione, attraverso lo
sguardo della fede, vengono interpretati come strumenti di un altro
combattimento, di un'altra resistenza: quella della fede in un mondo che non
crede.
Ma c’è un altro
elemento che può forse aiutarci a comprendere il perché di questa descrizione
così provocatoria. Questa parola biblica descritta come una spada arriva al
termine di una riflessione che precede il nostro testo e che commenta il Salmo
95, dedicato a quella generazione di ebrei nel deserto che si ribellò, che
cedette allo sconforto, che non riuscì a credere nella promessa di Dio, da qui sgorga
il pressante invito: «oggi se
udite la sua voce non indurite il vostro cuore».
Attualizzando
quel Salmo l’autore della lettera agli Ebrei si rivolge ai cristiani che stanno
perdendo per strada la loro forza spirituale, che si stanno omologando con
l’andazzo comune, quasi a voler dir loro: non cedete alla vostra pigrizia, alle
vostre paure, ma con tenacia continuate a sperare in Dio che non vi ha
dimenticato come voi ritenete, Dio non
vi ha abbandonati al vostro destino, vi
sostiene anche se i problemi sono tanti, le difficoltà non sono inferiori
rispetto a quelle dei non credenti. Non
ci sono sconti per nessuno. La Parola di
Dio è vivente ed è sufficientemente forte per tirarti fuori dalla palude dove
stai sprofondando, quindi, il kairos,
il momento presente, oggi e non domani apriti, consegnati a Dio in Cristo come
Signore della tua vita; perché il suo giudizio, al contrario del tuo, non produce morte ma vita e verità.
Noi possiamo
fare di questo testo una pura operazione culturale, archeologica, rispedirlo in
qualche modo al mittente ovvero a quel lontano mondo del cristianesimo
primitivo in cui si presentano le prime stanchezze, quando un senso di
inutilità, di svuotamento, pervade alcuni gruppi di convertiti, quando l’attesa
dell’imminente arrivo del Regno di Dio cede il passo alla rassegnazione; del
resto la religiosità imperante lasciava pochi spazi, il Messia appeso a quella
croce era considerato un perdente e i cristiani erano perseguitati dal regime.
Ci si domandava : ma perché rischiare, perché persistere in una fede che
non ha dato nulla, solo problemi insieme
alle difficoltà di viverla ?
Domanda:
c’iscriviamo anche noi nella lista dei cristiani esangui, deboli, ripetitivi,
poco coraggiosi nelle scelte personali ? Non lo so, non mi permetto di
giudicare gli altri, specie da questo pulpito, sono già molto impegnato a
salvaguardare la mia di coerenza. Quello che invece avverto e desidero
trasmettervelo con convinzione è che certamente questa Parola è in questo
momento indirizzata a noi; in qualche modo anche noi siamo stati liberati e
attraversiamo il nostro deserto ma non è detto che entreremo nella terra
promessa. Molti si sono già persi per la strada, altri dopo grandi entusiasmi
iniziali hanno preferito cercare altrove nuovi stimoli religiosi o esistenziali
e anche noi, come quella generazione di ebrei a cui s’indirizza il salmista,
rischiamo di perdere per strada le
parole iniziali, di smarrire la necessità del colloquiare con Colui che ci
redime. Alcuni hanno dato spazio ad altre parole, ad altre speranze, molti
hanno imboccato altre strade vagando nel deserto della vita, altri si sono
dedicati al vitello d’oro. Ognuno ha la sua storia, la sua ricerca, le sue
attese.
Ed è esattamente
qui ovvero là dove viviamo che la Parola c’intercetta, ci giudica e mettendoci
in crisi ri-orienta la nostra vita verso
la meta, restituisce senso al nostro procedere nel deserto della vita.
Questa Parola è
tagliente, penetrante, ci mette a nudo e ci mette anche in crisi perché giudica
i sentimenti e i pensieri del cuore. In altre parole, anche tra noi, possiamo
fingere, possiamo raccontarci e quindi apparire in un certo modo che ci piace
ma qui, di fronte a Lui siamo realmente quello che siamo. La sua Parola ci
spoglia delle nostra spocchia, delle nostre pretese certezze e sicurezze. Dio
ci conosce e c’incontra nella nostra realtà come nessun altro. Ma questa
conoscenza e questo suo incontrarci non
è motivo di paura, di angosciosa
sottomissione di cui forse abbiamo nostalgia come quegli ebrei che nel deserto
rimpiangevano la schiavitù perché c’era almeno da mangiare. In effetti la
libertà costa, non tanto il riceverla quanto il mantenerla, approfondirla. Quella
di Dio è una conoscenza che ci libera e ci apre ad una piena, incondizionata, fiducia
in Colui che, in Cristo, ha dato tutto se stesso, affinché potessimo vivere
pienamente qui, nel nostro deserto, l’avventura della fede.
E’ dunque una
Parola per noi, rivolta a rinfrancare, ad incoraggiare e anche contrastare chi
vuole rubare lo spazio di Dio per occuparlo, per dominare le coscienze, per
ridurre questa Parola ad un rito ripetitivo e vuoto, un sacrificio inutile
visto che Cristo si è già sacrificato. La Lettera agli Ebrei ci ricorda che
Cristo è l’ultimo sacerdote che sacrifica se stesso per noi una volta per
tutte, il nostro vero sacrificio può essere solo una vita spesa per la
giustizia, per l’amore condiviso, per il rispetto e l’attenzione e la cura per
l’altro chiunque esso sia. Il credente in questa Parola è attento non solo alla
propria dignità ma a quella dell’altro, non solo alla propria libertà ma a
quella dell’altro, non solo l’esercizio dei propri diritti e doveri ma anche i
diritti e i doveri dell’altro. Per questa ragione il 17 febbraio, festa
valdese, torniamo in piazza a San Babila con i nostri cartelloni contro le
spinte discriminanti, razziste, xenofobe che nutrono sempre di più la cultura
del nostro Paese. La vergogna di Rosarno ha rivelato, una volta di più, che la
schiavitù in questo Paese è una realtà drammaticamente concreta e presente.
Questa Parola
mette a nudo anche il nostro continuo bisogno di certezze, di sicurezze. Questo
bisogno in materia di fede di toccare, di vedere; ho trovato - ma lo dico senza
acidume né con spirito di provocazione - un po’ patetica la benedizione questa
settimana della madonnina d’oro che verrà collocata sul nuovo grattacielo della
regione, quasi che fosse lì a garantire la trasparenza della politica, a rasserenare gli animi che a lei s’affidano.
Questa Parola ci spoglia degli orpelli, ci sottrae tutto, proprio come diceva
Karl Barth, «la Riforma protestante ci ha tolto bruscamente tutto e ci ha
lasciato soltanto la Bibbia, la Parola». Questo è l’unico vero tesoro che come
chiesa abbiamo.
Ed è certo
quella di Dio una parola di giudizio sul nostro cristianesimo esangue, timido,
incespicante sui nostri quotidiani compromessi, sulle nostre debolezze: ma Dio
non vuol condurci in un vicolo cieco, non vuole fare di noi delle vittime che
piangono i loro errori. La Parola penetra dentro di noi, mette in luce ciò che
vorremmo tenere nascosto a noi stessi e agli altri, di cui al di là della
facciata ci vergogniamo a confessare…questa è la nostra miseria spirituale. Ma
proprio come il popolo che ha tradito la fiducia nel suo Dio liberatore, che si
è costruito un vitello d’oro, proprio dalla soglia dei nostri errori Dio ci
chiede di rialzare il nostro sguardo, di farci coraggio e di ricominciare
sempre e di nuovo non lasciandoci sedurre dalle nostre debolezze, né
crogiolandoci nelle nostre cadute -che
pure sono reali- ma guardando con piena fiducia alla forza redentiva della sua
Parola, della possibilità di parlare a Dio in preghiera e nell’attesa
perché in Cristo guidi la nostra vita e
ci sostenga quotidianamente nel nostro cammino.
Non abbiamo
simulacri a cui aggrapparci, immagini davanti alle quali pregare, né oggetti
sacri né tantomeno luoghi sacri, siamo qui con in mano soltanto una Parola antica che in Cristo è diventata
umanità, ha ripercorso le nostre strade, le tentazioni, i dubbi, i crolli e le
risurrezioni. Per parlare di queste realtà di fede usiamo parole vetuste che
forse andrebbero riscritte o comunque ri-tradotte
per la nostra realtà. Il linguaggio, del
resto, riflette la nostra stessa
mortalità, caducità, provvisorietà, ripetitività fino alla noia, siamo
concretamente immersi in questa imperfezione, siamo dentro le nostre
contraddizioni in attesa di una vera e piena redenzione.
Ma la Parola di
oggi ci ricorda, una volta ancora, che
siamo stati liberati dalle false sicurezze, da meccanismi di tipo mercantile
nei confronti di Dio, ti do tanto e tu mi dai tanto, liberati per vivere questa
testimonianza, per costruire una società diversa che non sarà certo il Regno di
Dio ma ci sia dato almeno di indicarlo, di camminare nella direzione che Cristo
indica. Una direzione sulla quale ci precede e attende che facciamo il nostro
percorso. Un percorso che va fatto insieme, come il popolo ebraico che a Massa e Meriba dubitò di Dio (Esodo 17,7), che si ribellò a
Dio ma non per questo tornò il diluvio o venne meno il patto: il giudizio è
duro ma è per la vita e la vita in abbondanza.
Una vita vera
illuminata dalla sua Parola, una vita vissuta come dono e irripetibile
possibilità di relazioni, progetti, sorretta dal senso di responsabilità in cui
entrano anche gli altri che ci stanno intorno con cui abbiamo relazioni più o
meno intense, più o meno profonde.
Questo bisturi
di Dio è lì per restituirci l’autenticità, la profondità della vita, del tempo
che ci è dato e che è la vera ricchezza che abbiamo. Non possiamo sprecare
questa ricchezza, questi giorni, questi anni vagando senza meta nel nostro
deserto; dobbiamo sforzarci come Israele
liberato a passare anche mentalmente
dalla dimensione della schiavitù al servizio, vogliamo raggiungere la nostra
Canaan non come servi ma protagonisti
liberi della nostra stessa fede, amici di Dio, proprio come Gesù chiama i suoi.
E’ un cammino duro. Questa Parola separando la verità dalle menzogne, separando
ciò che conta da ciò che non conta, il grano dalla pula, ci mette in crisi perché è un giudizio. Ma
esso è formulato in vista di una rinascita, vorrei aggiungere rinascita anche
morale, spirituale, e ci invita insieme a percorrere la strada che porta al suo
Regno. Andando verso quella direzione, in modo sereno ma determinato, senza
sostituirsi alla guida che ci precede, senza sostituire la sua Parola con le
nostre, confessando le nostre paure,
angosce, perché Dio non ci abbandona mai se il nostro sincero desiderio è
quello di vivere sino in fondo la potenza liberatrice e redentrice della sua
Parola.
Spogliati in
materia di fede da inutili ornamenti,
concentrati sulle cose essenziali, sobri, determinati, desiderosi di fare
spazio al vicino, cercando di stare insieme senza correre troppo in fretta per
non dimenticare chi va più piano, insieme desideriamo attraversare il nostro
deserto con la borsa piena di cose penultime, sapendo che l’acqua è vicina, che
l’ombra non è un miraggio, che andare preceduti da Cristo è già un arrivare, è
già un deporre il nostro bagaglio pesante e vivere così, con gioiosa
gratitudine, la fede in Colui che ci ama qualunque cosa possa accaderci. Amen