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  Riflessione biblica 11 Sep 2010

bibbiaRiflessione biblica

Ebrei 4: 12-13

Ebrei 4: 12-14

Past. Giuseppe Platone

Domenica 7 Febbraio 2010

 

Infatti la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore.  E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto. Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo.

 

L’immagine che oggi ci viene proposta è piuttosto violenta. La Parola di Dio come «spada a doppio taglio». In effetti - se ci pensiamo -  il cristianesimo nel corso dei secoli ha usato, in molte, troppe, occasioni, questa Parola proprio come una spada. Storicamente non  c’è stato terreno più fertile della religione, compresa quella  cristiana, per suscitare violenza e fanatismo, odi e divisioni. E questo succede  quando appunto il messaggio è impugnato come una spada, che taglia, che giudica,  distrugge non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Le derive clericali, fondamentaliste, discriminatorie utilizzano questa Parola per conculcare, opprimere, dominare, rendere succubi, far nascere tremendi sensi di colpa;  trasformandola in precetti inappellabili quasi che si potesse detenere di Dio il monopolio, e lo si potesse quindi facilmente amministrare a tutela dei propri interessi, espropriandolo del suo stesso giudizio e trasferendolo qui sulla terra. Quanta sofferenza è stata impartita in nome di una pretesa verità divina, in nome di un Dio crudele. L’ immagine violenta che ci arriva da questo passaggio della Lettera agli Ebrei  contrasta fortemente con la visione di dolcezza, di misericordia, di perdono, di accoglienza e quindi di liberazione che scopriamo  nel messaggio evangelico al di là dei linguaggi, delle incrostazioni storiche.  Se osserviamo il testo da più vicino esso ci aiuta a cogliere  alcune caratteristiche della Parola, significativamente ne incontriamo cinque, proprio come i libri della Torah: la Parola è vivente, è efficace, affilata, penetrante, e ultima sua caratteristica capace di portare alla luce ciò che è nascosto.

Occorre comprendere che l’immagine della spada era  certamente, per l’ascoltatore del tempo, un immagine  immediata, comprensibile.  Essa si rifà immediatamente ad un elemento della vita quotidiana, visibile in ogni contrada. La spada era appesa alla cintura dei soldati... è un po’ come quando nella Lettera agli Efesini s’ invitano i credenti a rivestire l’armatura ,la corazza della giustizia, a impugnare la spada dello Spirito e l’elmo della salvezza ( Efesini 6 10 sgg.) oppure sempre nel Nuovo Testamento là dove, in I Tessalonicesi (5,8) s’invitano i cristiani ad essere sobri e si aggiunge: «avendo rivestito la corazza della fede e dell’amore e  indossato  per elmo la speranza della salvezza». La pax romana con le sue armate, i suoi presidi militari è davanti agli occhi di tutti ma quegli strumenti di morte e di oppressione e devastazione, attraverso lo sguardo della fede, vengono interpretati come strumenti di un altro combattimento, di un'altra resistenza: quella della fede in un mondo che non crede.

Ma c’è un altro elemento che può forse aiutarci a comprendere il perché di questa descrizione così provocatoria. Questa parola biblica descritta come una spada arriva al termine di una riflessione che precede il nostro testo e che commenta il Salmo 95, dedicato a quella generazione di ebrei nel deserto che si ribellò, che cedette allo sconforto, che non riuscì a credere nella promessa di Dio,  da qui sgorga  il pressante invito: «oggi se udite la sua voce non indurite il vostro cuore».

Attualizzando quel Salmo l’autore della lettera agli Ebrei si rivolge ai cristiani che stanno perdendo per strada la loro forza spirituale, che si stanno omologando con l’andazzo comune, quasi a voler dir loro: non cedete alla vostra pigrizia, alle vostre paure, ma con tenacia continuate a sperare in Dio che non vi ha dimenticato come voi ritenete,  Dio non vi ha abbandonati  al vostro destino, vi sostiene anche se i problemi sono tanti, le difficoltà non sono inferiori rispetto a quelle dei  non credenti. Non ci sono sconti per nessuno.  La Parola di Dio è vivente ed è sufficientemente forte per tirarti fuori dalla palude dove stai sprofondando, quindi, il kairos, il momento presente, oggi e non domani apriti, consegnati a Dio in Cristo come Signore della tua vita; perché il suo giudizio, al contrario del tuo,  non produce morte ma vita e verità.

Noi possiamo fare di questo testo una pura operazione culturale, archeologica, rispedirlo in qualche modo al mittente ovvero a quel lontano mondo del cristianesimo primitivo in cui si presentano le prime stanchezze, quando un senso di inutilità, di svuotamento, pervade alcuni gruppi di convertiti, quando l’attesa dell’imminente arrivo del Regno di Dio cede il passo alla rassegnazione; del resto la religiosità imperante lasciava pochi spazi, il Messia appeso a quella croce era considerato un perdente e i cristiani erano perseguitati dal regime. Ci si domandava : ma perché rischiare, perché persistere in una fede che non  ha dato nulla, solo problemi insieme alle difficoltà  di viverla ?

Domanda: c’iscriviamo anche noi nella lista dei cristiani esangui, deboli, ripetitivi, poco coraggiosi nelle scelte personali ? Non lo so, non mi permetto di giudicare gli altri, specie da questo pulpito, sono già molto impegnato a salvaguardare la mia di coerenza. Quello che invece avverto e desidero trasmettervelo con convinzione è che certamente questa Parola è in questo momento indirizzata a noi; in qualche modo anche noi siamo stati liberati e attraversiamo il nostro deserto ma non è detto che entreremo nella terra promessa. Molti si sono già persi per la strada, altri dopo grandi entusiasmi iniziali hanno preferito cercare altrove nuovi stimoli religiosi o esistenziali e anche noi, come quella generazione di ebrei a cui s’indirizza il salmista, rischiamo di  perdere per strada le parole iniziali, di smarrire la necessità del colloquiare con Colui che ci redime. Alcuni hanno dato spazio ad altre parole, ad altre speranze, molti hanno imboccato altre strade vagando nel deserto della vita, altri si sono dedicati al vitello d’oro. Ognuno ha la sua storia, la sua ricerca, le sue attese.

Ed è esattamente qui ovvero là dove viviamo che la Parola c’intercetta, ci giudica e mettendoci in crisi  ri-orienta la nostra vita verso la meta, restituisce senso al nostro procedere nel deserto della vita.

Questa Parola è tagliente, penetrante, ci mette a nudo e ci mette anche in crisi perché giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. In altre parole, anche tra noi, possiamo fingere, possiamo raccontarci e quindi apparire in un certo modo che ci piace ma qui, di fronte a Lui siamo realmente quello che siamo. La sua Parola ci spoglia delle nostra spocchia, delle nostre pretese certezze e sicurezze. Dio ci conosce e c’incontra nella nostra realtà come nessun altro. Ma questa conoscenza e questo suo incontrarci  non è motivo di paura,  di angosciosa sottomissione di cui forse abbiamo nostalgia come quegli ebrei che nel deserto rimpiangevano la schiavitù perché c’era almeno da mangiare. In effetti la libertà costa, non tanto il riceverla quanto il mantenerla, approfondirla. Quella di Dio è una conoscenza che ci libera e ci apre ad una piena, incondizionata, fiducia in Colui che, in Cristo, ha dato tutto se stesso, affinché potessimo vivere pienamente qui, nel nostro deserto, l’avventura della fede.

E’ dunque una Parola per noi, rivolta a rinfrancare, ad incoraggiare e anche contrastare chi vuole rubare lo spazio di Dio per occuparlo, per dominare le coscienze, per ridurre questa Parola ad un rito ripetitivo e vuoto, un sacrificio inutile visto che Cristo si è già sacrificato. La Lettera agli Ebrei ci ricorda che Cristo è l’ultimo sacerdote che sacrifica se stesso per noi una volta per tutte, il nostro vero sacrificio può essere solo una vita spesa per la giustizia, per l’amore condiviso, per il rispetto e l’attenzione e la cura per l’altro chiunque esso sia. Il credente in questa Parola è attento non solo alla propria dignità ma a quella dell’altro, non solo alla propria libertà ma a quella dell’altro, non solo l’esercizio dei propri diritti e doveri ma anche i diritti e i doveri dell’altro. Per questa ragione il 17 febbraio, festa valdese, torniamo in piazza a San Babila con i nostri cartelloni contro le spinte discriminanti, razziste, xenofobe che nutrono sempre di più la cultura del nostro Paese. La vergogna di Rosarno ha rivelato, una volta di più, che la schiavitù in questo Paese è una realtà drammaticamente  concreta e presente.   

Questa Parola mette a nudo anche il nostro continuo bisogno di certezze, di sicurezze. Questo bisogno in materia di fede di toccare, di vedere; ho trovato - ma lo dico senza acidume né con spirito di provocazione - un po’ patetica la benedizione questa settimana della madonnina d’oro che verrà collocata sul nuovo grattacielo della regione, quasi che fosse lì a garantire la trasparenza della politica, a  rasserenare gli animi che a lei s’affidano. Questa Parola ci spoglia degli orpelli, ci sottrae tutto, proprio come diceva Karl Barth, «la Riforma protestante ci ha tolto bruscamente tutto e ci ha lasciato soltanto la Bibbia, la Parola». Questo è l’unico vero tesoro che come chiesa abbiamo.

Ed è certo quella di Dio una parola di giudizio sul nostro cristianesimo esangue, timido, incespicante sui nostri quotidiani compromessi, sulle nostre debolezze: ma Dio non vuol condurci in un vicolo cieco, non vuole fare di noi delle vittime che piangono i loro errori. La Parola penetra dentro di noi, mette in luce ciò che vorremmo tenere nascosto a noi stessi e agli altri, di cui al di là della facciata ci vergogniamo a confessare…questa è la nostra miseria spirituale. Ma proprio come il popolo che ha tradito la fiducia nel suo Dio liberatore, che si è costruito un vitello d’oro, proprio dalla soglia dei nostri errori Dio ci chiede di rialzare il nostro sguardo, di farci coraggio e di ricominciare sempre e di nuovo non lasciandoci sedurre dalle nostre debolezze, né crogiolandoci nelle  nostre cadute -che pure sono reali- ma guardando con piena fiducia alla forza redentiva della sua Parola, della possibilità di parlare a Dio in preghiera e nell’attesa perché  in Cristo guidi la nostra vita e ci sostenga quotidianamente nel nostro cammino.

Non abbiamo simulacri a cui aggrapparci, immagini davanti alle quali pregare, né oggetti sacri né tantomeno luoghi sacri, siamo qui con in mano soltanto  una Parola antica che in Cristo è diventata umanità, ha ripercorso le nostre strade, le tentazioni, i dubbi, i crolli e le risurrezioni. Per parlare di queste realtà di fede usiamo parole vetuste che forse andrebbero riscritte  o comunque ri-tradotte per la nostra realtà.  Il linguaggio, del resto,  riflette la nostra stessa mortalità, caducità, provvisorietà, ripetitività fino alla noia, siamo concretamente immersi in questa imperfezione, siamo dentro le nostre contraddizioni in attesa di una vera e piena redenzione.

Ma la Parola di oggi ci ricorda, una volta ancora,  che siamo stati liberati dalle false sicurezze, da meccanismi di tipo mercantile nei confronti di Dio, ti do tanto e tu mi dai tanto, liberati per vivere questa testimonianza, per costruire una società diversa che non sarà certo il Regno di Dio ma ci sia dato almeno di indicarlo, di camminare nella direzione che Cristo indica. Una direzione sulla quale ci precede e attende che facciamo il nostro percorso. Un percorso che va fatto insieme, come il popolo ebraico che  a Massa e Meriba  dubitò di Dio (Esodo 17,7), che si ribellò a Dio ma non per questo tornò il diluvio o venne meno il patto: il giudizio è duro ma è per la vita e la vita in abbondanza.

Una vita vera illuminata dalla sua Parola, una vita vissuta come dono e irripetibile possibilità di relazioni, progetti, sorretta dal senso di responsabilità in cui entrano anche gli altri che ci stanno intorno con cui abbiamo relazioni più o meno intense, più o meno profonde.

Questo bisturi di Dio è lì per restituirci l’autenticità, la profondità della vita, del tempo che ci è dato e che è la vera ricchezza che abbiamo. Non possiamo sprecare questa ricchezza, questi giorni, questi anni vagando senza meta nel nostro deserto; dobbiamo sforzarci come  Israele liberato  a passare anche mentalmente dalla dimensione della schiavitù al servizio, vogliamo raggiungere la nostra Canaan  non come servi ma protagonisti liberi della nostra stessa fede, amici di Dio, proprio come Gesù chiama i suoi. E’ un cammino duro. Questa Parola separando la verità dalle menzogne, separando ciò che conta da ciò che non conta, il grano dalla pula,  ci mette in crisi perché è un giudizio. Ma esso è formulato in vista di una rinascita, vorrei aggiungere rinascita anche morale, spirituale, e ci invita insieme a percorrere la strada che porta al suo Regno. Andando verso quella direzione, in modo sereno ma determinato, senza sostituirsi alla guida che ci precede, senza sostituire la sua Parola con le nostre, confessando le  nostre paure, angosce, perché Dio non ci abbandona mai se il nostro sincero desiderio è quello di vivere sino in fondo la potenza liberatrice e redentrice della sua Parola.

Spogliati in materia di fede da  inutili ornamenti, concentrati sulle cose essenziali, sobri, determinati, desiderosi di fare spazio al vicino, cercando di stare insieme senza correre troppo in fretta per non dimenticare chi va più piano, insieme desideriamo attraversare il nostro deserto con la borsa piena di cose penultime, sapendo che l’acqua è vicina, che l’ombra non è un miraggio, che andare preceduti da Cristo è già un arrivare, è già un deporre il nostro bagaglio pesante e vivere così, con gioiosa gratitudine, la fede in Colui che ci ama qualunque cosa possa accaderci. Amen

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