Domenica di Avvento,
2007 – predicazione su Matteo 24, 42-44 (“il ladro che viene
all’improvviso”) e 25 (la parabola
delle dieci vergini che aspettano lo sposo)
Cara sorella, caro fratello,
siamo nel periodo che precede il
Natale, un tempo di affanno, sollecitati da un turbinio di cose incalzanti che
ci tolgono il respiro…Eppure, non è sempre stato così. In altri momenti e in altri luoghi, il periodo dell’Avvento era anche
qualcos’altro. Soprattutto qualcos’altro. Qualcosa che noi
oggi possiamo cercare di recuperare, in una dimensione nuova.
La tradizione di un tempo dell’Avvento risale al quinto
secolo, e rappresentava un tempo di pentimento e di digiuno, dove non era
permesso ballare né sposarsi. Il colore liturgico usato era lo stesso di quello
del tempo della Passione (o della Quaresima): il
viola. Uno dei temi della riflessione delle domeniche
dell’Avvento era non solo la venuta di Cristo, il senso dell’incarnazione, ma
anche il ritorno di Cristo, negli ultimi giorni. Abbiamo perso questo
fondamentale significato del tempo che precede il Natale, così come abbiamo perso il senso del “vegliare”. Vegliare è
considerato per noi un verbo debole, che non fa più parte del nostro
vocabolario, neppure del vocabolario delle chiese
cristiane. Nessuno, ai nostri giorni, riflette sul vegliare. Oggi ciò che conta
è agire e produrre, spesso in tempi rapidi…
Eppure Gesù, a più riprese, nel Vangelo,
ci chiede di vegliare, e di farlo adesso.
In che senso?
1) Anzitutto nel senso
dell’attendere. Si tratta, per i discepoli di Gesù - e per noi che discepoli
vorremmo imparare a diventarlo – di attendere un Signore che è già venuto, ma
che deve ritornare. Attendere un Signore che appare in ritardo, forse in grave
ritardo (come ci indica la parabola delle dieci
vergini) ma che ritornerà in modo del tutto inaspettato. La tentazione della
chiesa che non sa vegliare è quella del sostituirsi al Signore che ritarda. Chi
non sa vegliare non solo rischia di perdere la fede, come le vergini stolte, ma
diventa idolatra. La Riforma protestante è nata proprio
per questo: per mantenere viva l’attesa del Signore e per mettere in guardia le
chiese di tutti i tempi a cercare dei surrogati o dei sostituti del Signore che
ritorna, anche se – secondo la nostra dimensione del tempo, in ritardo.
2) Vegliare significa “essere
presenti con”. Gesù ci chiede di essere accanto a Lui nel Getsemani
della nostra vita quotidiana. Può
sembrare poco essere presenti, eppure è molto ed è molto difficile. Gesù sa,
come lo sapeva anche nella notte dell’assenza di Dio
nel giardino del Getsemani, che molte situazioni non
possono essere rovesciate, evitate, non possono essere cambiate di segno. Essere presenti, essere con, con chi attraversa il Getsemani della malattia, del dubbio, dell’apparente
assenza di Dio, dell’aridità interiore e del dolore, non è affatto facile ed è
tutto ciò che possiamo fare. E’ parte integrante della vocazione di ogni cristiano, ieri come oggi.
3) Vegliare significa
imparare a resistere. Chi non impara a resistere difficilmente diventa
cristiano; l’Avvento è un tempo di tirocinio, una scuola per allenarsi alla
resistenza. Allenarsi ed attrezzarsi per i “tempi lunghi”, per non essere
presto dispersi e rassegnati, per resistere alle facili illusioni e al
carattere seducente degli idoli, mantenendo viva la dimensione dell’attesa,
ricordandosi e fidando sulla promessa di Dio più che sul contagioso e
pericoloso desiderio di bruciare i tempi, di accelerare ciò che invece deve
maturare con calma.
4) Vegliare significa infine
– questa è la cosa più difficile da fare – rivendicare anche davanti a Dio la
sua presenza quando non riusciamo a decifrarla, a rintracciarla nella nostra
vita. Le vergini avvedute sono in realtà l’immagine di chi ricarica
paradossalmente la lampada quando la fede ormai si
spegne, perché mezzanotte è venuta e tutto lascia supporre che lo sposo non
tornerà più… Le vergini avvedute rappresentano l’ostinazione della fede che non
si arrende davanti al buio della notte. Sono l’incarnazione dell’ossessione di
Dio, che rivendica la presenza di Dio davanti
all’evidenza della sua assenza che si protrae nella notte. E’ come se dicessero
allo Sposo, al Signore che ancora viene: ti aspetto e ti aspetterò
anche se l’attesa non ha più senso, anche se sembra del tutto
impossibile. Hanno ricaricato le lampade – bisogna rilevarlo con attenzione –
nel buio assoluto, come protesta contro il buio, come protesta, cioè come testimonianza, anche contro Dio che ancora non
appare. Questa ossessione porta il nome della speranza, anzi della speranza
contro speranza: della speranza di chi spera quando
gli altri non sperano più e quando Dio stesso non nutre più e non sembra
sostenere le ragioni della speranza.
Dag Hammarskjöld,
il segretario dell’ONU che morì in un oscuro incidente aereo nel 1961, premio
Nobel per la pace, scrisse nel suo diario: "domani ci incontreremo, la morte ed io ...immergerà la sua
spada in un uomo che veglia..” E’ la confessione di fede di un uomo che
aspetta, che ha imparato a vegliare.
Ci dia il Signore, che è venuto e che verrà, di essere per e tra i nostri contemporanei uomini e
donne dell’Avvento, che hanno imparato, con Cristo, a vegliare. Amen.