Salmo 39,4-7
O Signore, fammi conoscere la mia
fine e quale sia la misura dei miei giorni. Fa’ ch’io sappia quanto sono fragile. Ecco, tu hai ridotto la
mia esistenza alla lunghezza di qualche palmo, la mia durata è come nulla
davanti a te; certo, ogni uomo, benché saldo in piedi, non è
che vanità. Certo, l’uomo va e viene come un’ombra; certo s’affanna per
quel ch’è vanità; egli accumula ricchezze, senza
sapere chi le raccoglierà. E ora, o Signore, che
aspetto? La mia speranza è in te.
Cari fratelli e care
sorelle,
oggi è l’ultima domenica dell’anno
liturgico. Oggi siamo arrivati al compimento della fine del ciclo di feste,
momenti e periodi liturgici che, anno dopo anno, vengono
ricordati e celebrati nelle chiese cristiane in tutto il mondo.
Ed è proprio questa ultima
domenica dell’anno liturgico che vuole
invitarci a una riflessione sulla fine – la fine della nostra vita. Perciò,
come testo per la predicazione di oggi, ho scelto uno
dei salmi che parlano della fine, che parlano della fragilità e della fugacità
della nostra vita.
Nei bei film di una volta, l’ultima parola, che
appariva sullo schermo, era sempre la parola “FINE”. Queste 4 lettere avevano di
solito un significato bello e positivo, perché tutti i
problemi che si erano presentati durante la storia messa in scena, si erano
risolti, i cattivi avevano ricevuto la loro punizione ed i buoni avevano
finalmente vinto, e l’amore aveva avuto l’ultima parola! La fine, dunque, era
una “BUONA FINE”: nel mondo anglofobo si diceva e si
scriveva giustamente “HAPPY END”.
Nella “vera” vita, invece, spesso accade proprio il
contrario. Spesso nella realtà la parola FINE è una parola
dura e crudele. Tanti di noi l’hanno dovuto provare dolorosamente sulla propria
pelle, nei mesi passati o negli anni passati. Abbiamo
dovuto sperimentare dolorosamente la durezza e la crudeltà della parola FINE, perché essa è stata
pronunciata su una persona a voi particolarmente cara. FINE – e nulla è rimasto
come prima! Perché la parola FINE pronunciata su una persona significa
una separazione irrevocabile. Perché la
separazione definitiva porta con sé sofferenza, tristezza, e dolore.
FINE – una vita, una storia comune viene interrotta, troncata, non può più continuare, è finita
in modo definitivo, irrevocabile. E in fondo è insopportabile quello che ci viene chiesto di sopportare: di dover convivere con questa
parola pronunciata sulla vita di un nostro caro, di dover “sillabare” questa parola FINE giorno
dopo giorno!
Non dimenticherò mai una signora che ero andata a trovare dopo la morte del marito, che mi aveva
detto durante il nostro colloquio: “Devo proprio imparare a compitare, come
si diceva una volta s scuola, la parola ‘vedova’;credevo di saperlo fare; mi
illudevo di riuscirci! Ma solo ora so, quant’è
doloroso, quant’ è difficile convivere con la realtà
della fine definitiva.”
E infatti, tante volte è
indicibilmente pesante essere colpiti da una fine. Ed è altrettanto pesante e difficile
dover comprendere che non solo la nostra nascita e la nostra vita, ma anche la
nostra fine hanno a che fare con Dio!
Questo peso e questa difficoltà li deve aver
sperimentati anche l’uomo che pronuncia le parole del salmo 39 davanti a Dio. Questo
salmo è un’unica preghiera davanti alla fugacità e fragilità umana. Le parole contenute in essa sembrano essere pronunciate da un uomo gravemente
malato, per il quale, umanamente parlando, non ci sono più speranze. E quest’uomo implora Dio: “O Signore, fammi conoscere la mia fine e
quale sia la misura dei miei giorni. Fa’ ch’io sappia
quanto sono fragile.”
Quest’uomo si rivolge
a Dio con la preghiera, per riuscire a riconoscere la fragilità della propria
vita: questa, probabilmente, è la cosa più difficile da imparare durante
la nostra vita. Per poterla affrontare, solo Dio stesso potrà
donarci la forza necessaria! Spesso, infatti, veniamo confrontati con la fine,
quando non siamo ancora affatto arrivati alla fine dei
nostri desideri, dei nostri progetti e piani, quando non abbiamo ancora affatto
esaurito la nostra gioia e voglia di
vivere.
“Avevamo ancora tanti progetti da affrontare
insieme, e tanta voglia di vivere la nostra vita insieme!” Molte volte sento questa affermazione, quando vado a trovare le persone
colpite dalla morte.
“O Signore, fammi conoscere la mia fine e quale sia la misura dei miei giorni.
Fa’ ch’io
sappia quanto sono fragile.”
Questa è la richiesta a Dio di aiutarci ad
accettare la nostra vita in quanto fragile e fugace. Questa è la richiesta a
Dio, di donarci la forza per accettare la morte come parte della vita e per non
rimuoverla, finché non siamo personalmente colpiti da essa.
Questa è la richiesta a Dio di donarci la forza per non disperare di fronte
alla fine e per non perdere la fiducia nel suo amore neanche nel momento della
morte.
“O Signore,
fammi conoscere la mia fine.”
Le parole del salmista, però, non vogliono soltanto
ricordarci del fatto, che la nostra vita ha una fine, ma ci vogliono anche
dire, che la nostra vita ha anche un fine, e cioè
una meta, un traguardo. Sì, la nostra vita non ha solo una fine, ma anche un
fine. E questo fine è Dio
stesso! Per questo motivo il salmista può chiedersi di fronte alla morte: “E
ora o Signore, che aspetto?” E poi riesce a fare la seguente affermazione:
“La mia speranza è in te!” Perché il fine della nostra vita è
LUI! Quando moriamo, Egli ci accoglie a sé. Questa
promessa è stata pronunciata sulla nostra vita e sulla nostra
morte. Dio ci accoglie a sé e ci dona una vita nuova, una vita
con lui, la vita eterna. Ed è proprio per questo che la domenica di oggi, in tante chiese protestanti porta il nome “domenica
dell’eternità”.
Per ricordarci, infatti, che dobbiamo,
ogni giorno, imparare a fidarci del fatto che la nostra vita non finisce senza
un fine, che la nostra vita ha un traguardo. E che
questo traguardo è Dio stesso, questa meta è la realtà di Dio. Quella realtà,
come abbiamo ascoltato prima, che viene descritta ad
esempio dal libro dell’Apocalisse come “nuovo cielo e nuova terra” ,
dove “ non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché
le cose di prima sono passate”.
Di fronte alla morte la nostra unica consolazione e
forza è quella di imparare ad avere fiducia nel fatto che la nostra vita ha un
fine, e che Dio stesso compierà tutte le vite incompiute, troncate, interrotte,
e che Dio stesso darà un senso a tutto quello che ci
sembra assolutamente privo di senso, e che i nostri morti vedono “un nuovo
cielo e una nuova terra”.
E se noi riusciamo a vivere la nostra vita nella
fiducia in un buon fine, nella fiducia cioè, che non
stiamo vagando senza meta, ma che camminiamo
con una meta ben precisa, questa meta
riuscirà a indicare una direzione a tutto il nostro
pensare, parlare ed agire. La realtà di Dio, il Dio
d’amore stesso, è il fine, la meta, il traguardo del nostro cammino. E questa meta, inoltre, la indichiamo anche ad altri, ogni
qual volta riusciamo ad asciugare delle lacrime, essendo presenti nella vita di
una persona in lutto, accettandola così com’è, nel lutto.
La meta della nostra vita, il traguardo del nostro
cammino lo indichiamo ad altri, ogni qual volta
facciamo qualche cosa di concreto per alleviare la sofferenza di qualcuno in
questo mondo; ad esempio, con offerte per progetti di sviluppo nei paesi più poveri,
con adozioni a distanza, con una nostra piccola ma importante iniziativa come
la casa di seconda accoglienza di Via Ampola… con
ogni nostro gesto concreto che esprima amore e solidarietà con i più
“sfortunati” e “scoraggiati”, con chi subisce violenza, ingiustizia ed oppressione.
Dio, la sua realtà, il suo
amore è il fine, il traguardo della nostra vita su questa terra. Questo ci sia
consolazione e forza nella vita e nel morte. Amen.