Esodo 3 - Il
roveto ardente; la chiamata di Mosé
Mosé si trova ora tra i Madianiti e vive un’esperienza particolarissima: è un
semplice mandriano, un fuggitivo che è giunto in un nuovo paese. Il suo nome
non ha senso compiuto, è un nome tronco che deriva dall’egiziano Tut-mose, figlio della divinità. Mosé
dunque significa “figlio di”, è un nome a cui manca qualcosa, che rimanda a un filo e ad un’energia di legame di cui Dio si serve per
parlare al suo popolo e guidarlo nella prospettiva della Terra promessa.
Dio a Mosé rivela il
proprio progetto ancora prima di realizzarlo e questo distingue Mosé dagli altri profeti. Ai profeti Dio si rivela in sogno
o visione, a Mosé invece in uno stato di veglia e in
una situazione di dialogo dialettico: fede, sottomissione, umiltà, libertà,
obbedienza, si combinano in modo unico e irripetibile.
Questo testo così ricco e straordinario, rivela per la prima volta il nome di
Dio, JHWH. Un nome che è un verbo. Non
un nome su cui si possa esercitare un potere magico, come per le altre
divinità, bensì un verbo che è una promessa: quel che è incompiuto…continua a
compiersi. Nella scena del roveto ardente c’è un terzo “personaggio”: lo
Spirito Santo – ruah,
in ebraico, è femminile – che soffia dove vuole. E’ in questo momento che ha
inizio la storia della salvezza.
Curiosità per ciò che è
insolito
Mosé sta esercitando un’attività “banale”, ordinaria ed è
proprio nel quotidiano che si manifesta lo straordinario di Dio. Non è nemmeno un sacerdote, non ci sono motivazioni “religiose”.
Piuttosto, essendo un fuggiasco, si è allontanato dalla regione della sua
tribù, ha sconfinato ed è in cerca di nuovi pascoli. Si ritrova un po’ per caso
ad attraversare una terra secca e desolata, per nulla attraente. Eppure, l’avventura della liberazione di Dio comincia solo
adesso, nel deserto sterile, quando a Mosé appare un
segno di vita al quale si avvicina con curiosità. Coglie l’attimo.
Dio
utilizza la natura per rivestire la sua parola, ma la sua apparizione è umile,
dentro a un cespuglio spinoso, piccolo e ciò rende
possibile un inizio, un nuovo inizio. In questo modo possiamo riconoscere lo
straordinario senza conoscerlo, senza saperne molto. E’ così che inizia il
dialogo con Dio. Mosé infatti
dopo aver guardato il roveto ardente, nota una cosa strana e insolita: eppure
non si consuma. Coinvolto in questa dinamica, non
riesce a stare fermo, non può stare a guardare. Mosé
cerca piuttosto di muoversi, vuole modificare il suo punto d’osservazione, vuole andare a vedere, vuole vedere da vicino. E’ la curiosità,
il desiderio incompiuto, la molla di tutto.
Epifania e nascondimento
“
Perché non brucia (o non brucerà) il cespuglio? (Es 3,3)
Il
logo di una nostra chiesa sorella, la Chiesa di
Scozia, rappresenta un pruno ardente ed il motto è “né tuttavia si consuma” (nec tamen consumebatur). Gli amici scozzesi mi hanno sempre detto che in questo modo si vuole affermare un Dio che si
conferma senza lasciarsi pienamente afferrare, alla presenza del quale siamo
tutti chiamati a toglierci i calzari.
Solo
qui, in questo testo, Mosé usa la parola maddùa per dire
“perché” – anziché utilizzare lammà, termine che
esprime un interrogativo. Maddùa ha uguale valore numerico di hassené, cespuglio. L’autore
dell’Esodo vuole, in questo modo, creare una corrispondenza, una rima numerica
tra “cespuglio” e “perché”. Il cespuglio che brucia senza consumarsi è il punto
esatto dove l’interrogativo di Dio incontra le nostre esistenze. Non il luogo
dove incontriamo le risposte di Dio alle nostre domande, ma quello in cui il
“perché di Dio” ci investe, ci mette in discussione,
ci trasforma.
Il
cespuglio ardente, epifania e nascondimento al tempo stesso, è il perché eterno
di Dio sulle nostre vite. Perché non brucerà…perché è il popolo di Israele che crescerà nel deserto…perché ascolterà la voce
di Dio… Quel cespuglio è un cespuglio che brucerà sempre perché è
l’inquietudine di Dio che afferra le nostre vite e che niente e nessuno potrà
mettere a tacere.
Dio si lega a
una storia di liberazione
All’inizio
Mosé ha paura, ma non è inibito o annichilito, anzi
si muove e per questo riesce a ricevere l’iniziativa di Dio, quando Dio interviene. Mosé cioè riconosce la straordinarietà dell’evento: solo allora
Dio si muove e lo chiama per ben due volte: “Mosè! Mosè!”.
Il
luogo diviene sacro perché in quel
momento avviene la teofania, non perché sia un luogo particolare. E’ come se
Dio volesse legarsi ad una storia in divenire, non alla vicenda di un individuo
in un luogo circoscritto. Secondo un commento rabbinico, inoltre, Dio si
manifesta nel roveto perché è come se dicesse: “non
vedi che anche io sono tra le spine nel fuoco?”: Dio è con noi nel deserto,
nella sventura.
In
questa scena non c’è spazio per il dialogo, vi è piuttosto una disponibilità
immediata: Mosé sente una voce ma
Dio non si è ancora manifestato. Risponde “eccomi” mentre
non ha ancora capito chi lo chiama. Anche questa
prontezza è straordinaria. Così avviene la scoperta di una
presenza: Mosé è soltanto curioso; la prossimità di
Dio, lo sguardo d’amore che Dio ha nei confronti dell’umanità sofferente sfugge
ancora ai suoi occhi: Mosè capirà con fatica che Dio
è fedele alla sua promessa e ha molti modi per farci scoprire che non siamo
soli…
Insomma,
anche in questo caso la vocazione è affidata a qualcuno che non lo ha chiesto,
anzi che ha cercato di sfuggirvi. A qualcuno che ha serie obiezioni e Dio
prende sul serio le obiezioni e il senso di inadeguatezza:
porre domande a Dio è legittimo! Dio non rivolge vocazione a
individui migliori di altri, ma sceglie piuttosto persone che non pensano di
essere in grado di rispondere…
L’unica
promessa riguarda qualcosa che avverrà molto tempo dopo: “servirete
Dio su questo monte”. Ma Dio ha bisogno di Mosé, adesso. Questo è il Dio biblico: un
Dio che non rimane lontano dalla sofferenza del mondo, che “sta e cade” col suo
popolo, ma si qualifica in termini suoi propri: un fuoco che si autogenera e che suscita riconoscimento e adorazione.
Il nome di Dio
Alla domande di Mosé: “chi sono io,
chi sono per andare dal faraone?”, l’unica risposta è “Io sarò con te”. Mosè può sapere, come tutti noi, che siamo
in relazione, che ci possiamo affidare, che possiamo avere fiducia. Il suo “chi
sono io?” sarà sempre accompagnato da Dio, l’unico a sapere chi sia anche Mosè. Così la domanda di
Mosé “Chi sono io?”, “io che non sono preparato…”
diventa: “chi sei tu?” “cosa dirò al tuo popolo?” Più
si conosce Dio, più si riconosce di non conoscerlo, di aver bisogno di
conoscerlo…
Il
nome stesso è infatti rivelatore: JHWH è forma
sostantivata di una radice ebraica che significa “cadere”, “soffrire”,
“esistere”, “essere”. Il verbo in ebraico è attivo. Solo Dio è, non esiste. La risposta che
Dio dona a Mosé: sono
Colui che sono (ehjeh asher ehjeh) - che continua a
mantenere aperto il dibattito sulla traduzione - contiene un aspetto negativo,
un rifiuto ad assecondare la richiesta così come è formulata. La sua
circolarità e indeterminatezza esclude che vi sia
potere di influenza o possesso, piuttosto rimanda a un’azione che tende verso
il futuro.
Tante
sono le traduzioni possibili: “Io sono Colui che
sono”, “Sarò Colui che sarà”, “Io sono Quello che sarò” ovvero “Io sarò Dio per
voi”. Dio ci comunica che sarà fedele a se stesso, che non sarà un Dio
capriccioso. Dio vivrà all’altezza del nome che ha rivelato! Dio è il Dio della
storia che si collega a una storia di generazioni -
già iniziata - e che Dio vuole proseguire.
Questo
Dio che si autorivela, che vede, sente e decide è un
Dio che cambia e che segue gli sviluppi! Non è immobile. Dio è sempre in
cammino con il suo popolo. L’esserci di Dio è
testimonianza di quel mutamento che avviene in Dio quando crea il mondo, quando
Dio crea il Tu, e questo avviene anche nella vita personale di ognuno di noi.
Il tetragramma JHWH può essere spiegato in tanti modi
perché Dio si mostra attraverso i legami che crea con le sue creature. Pascal ha detto: “non il Dio dei
filosofi, ma il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Il nome – dunque
l’identità – rimane misteriosa. Eppure è un Dio con
noi, legame vivente. Sufficiente a cancellare ogni timore dal nostro cuore.