Esodo
16 -
Le quaglie e la manna
Questo testo ricco e straordinario
– che a tratti rivela stupore e meraviglia - è il tempo della strada, del
peregrinare nel deserto. Un percorso non lineare, con piccoli avanzamenti
successivi, momenti di stallo e di crisi, con la promessa: il tuo cammino sarà
lungo.
Il giro lungo nel deserto
Il popolo d’Israele aveva già attraversato il
deserto di Shur, arrivando a Mara, oasi dall’acqua
amara. Qui aveva ricevuto una prima legge (“Se tu ascolti attentamente la voce
del SIGNORE che è il tuo Dio, e fai ciò che è giusto agli occhi suoi…” Es 15:26); era poi giunto a Elim, un’oasi rigogliosa, e si accingeva ad attraversare
Sin, un altro deserto. Può sembrare strano ed anche irritante, ma la prima
reazione del popolo d’Israele è quella dell’ingratitudine: teme che la sua
liberazione sia incompleta. Si è passati dalla schiavitù alla libertà, ma di
quale libertà si tratta? Quella della tentazione,
della distanza da Dio, della sofferenza? Una condizione che sembra definitiva e
immodificabile e la terra promessa sembra solo un
miraggio da proiettare nelle prossime generazioni...
La prima indicazione che ci viene da questo testo è
l’invito a sospendere il giudizio, e non condannare chi – magari dopo una
perdita, un lutto, un cambiamento traumatico – rivolge uno sguardo nostalgico
sul passato, negando ogni possibilità di avvenire.
Intrappolati in quella che appare sempre un’illusione, è legittimo alzare un
grido di protesta a Dio. Questi capitoli, infatti, parlano di tombe, ma non
ricordano nascite: ciò che nasce e cresce è solo il risentimento nei confronti
di Dio…il processo di liberazione (acqua, cibo e guarigione) avviene poco per
volta, con lentezza insopportabile, quando ancora il popolo è nel
deserto.
Il testo ci comunica con crudezza che non esiste il
Dio magico che trasforma immediatamente ogni cosa. Questo non è mai il Dio
della Bibbia. C’è – ma questo può sembrare troppo poco
– la promessa di Dio che può, anche quella, apparire paradossale se non
addirittura crudelmente sarcastica: “Il SIGNORE, il tuo Dio ti ha benedetto, è
stato con te in questi quarant’anni e non ti è
mancato nulla” (Deut. 2,7). Come…non ci è mancato nulla? E quando finirà
questo peregrinare, lungo il quale tante, troppe persone muoiono senza vedere
alcun traguardo? Insomma, il risentimento è del tutto comprensibile, quando il
ritardo di ciò che si anela - ed è contenuto nella promessa di Dio - si
trasforma in rassegnazione.
Ogni credente ed ogni generazione di credenti può essere costretta a sperimentare l’attesa con un
travaglio infinito. Nessuno di noi, in momenti diversi della storia, può sapere quando il proprio deserto finirà… I nostri tempi – ne
diventiamo dolorosamente consapevoli - non sono i tempi di Dio. E sappiamo soltanto che, nel pellegrinaggio, dobbiamo vivere
esclusivamente della promessa di Dio. Ma non è affatto
facile…
“Avvicinatevi alla
presenza del Signore”
Quarant’anni, quasi un’intera
esistenza a quei tempi, perché? Perché Dio vuol far crescere
Israele, questo figlio a lungo adolescente. Il gruppo di
ex-schiavi, appena liberati, è bisognoso di un tempo congruo per
accogliere l’invito ad avvicinarsi alla presenza del Signore. Incapace di
gestire la libertà ricevuta in dono, il lungo giro
aiuta ad apprendere vocazione e responsabilità collettiva, democrazia ed
esercizio della libertà. L’itinerario è forse discutibile, ma
Israele dovrà comprendere che Dio non baratta pane e libertà.
Non deve apparirci strano neppure che la mancanza
di cibo porti ad incrinare la fede, fino a minarne l’esistenza attraverso una
crisi d’identità. Lungo il cammino, addirittura, una parte del popolo è
definita “un’accozzaglia di gente raccogliticcia presa da concupiscenza” (Num 11:4): nel momento in cui i
bisogni primari non sono soddisfatti, il rapporto con Dio si sfilaccia,
talvolta irrimediabilmente. Lo sappiamo e lo dobbiamo riconoscere, anche questo
dolorosamente.
Ma Dio ode il grido. E risponde con le
quaglie e la manna. Sera e mattina. Ritroviamo qui nuovamente la prospettiva
dell’atto creativo di Dio: la vita e la benedizione abbondano
anche se intorno c’è ancora distruzione. Anzi, trovano posto nell’ordinarietà del quotidiano: Dio ora nutre il suo popolo
attraverso un piccolo evento. Che sorprende
all’inizio…ma che crea assuefazione, e poi nausea. E
noi? Bisognosi ed affamati di miracoli stupefacenti, siamo ancora in grado di
cogliere il senso della presenza benedicente di Dio che non ci fa mancare il
pane di ogni giorno (e non lo farebbe mancare a
nessuno se fossimo pronti a condividerlo?). Dio è rintracciabile nell’ordinarietà, ma siamo capaci di rispondervi con un pizzico
di riconoscenza? Quando la disciplina del quotidiano è
difficile da reimparare - dopo che qualcosa l’ha
interrotta – si corre il rischio di dare tutto per scontato…
A
questo punto non c’è ancora il dono della legge - che non tarderà ad arrivare - ma troviamo la prospettiva della “buona
creazione” che esige già il “sabato”, il giorno del riposo: una pausa, un
distacco, una distanza per riflettere, per imparare ad affidarci, nella resa fiduciosa,
alla misericordia di Dio. E per comprendere ancora una
volta che la libertà deve essere consapevole, per non essere persa, o
sfigurata.
La manna non
può essere conservata
Chissà
se riusciamo a comprendere davvero questo testo… forse
lo può soltanto chi ha sperimentato mancanze significative, o la fame vera o
una lunga attesa: in queste situazioni, è difficile trovare un equilibrio tra
il troppo e il troppo poco. Il testo ci dice che senza
contraddizioni, incertezze, precarietà, non vi può essere pienezza, nemmeno
nella fede, nelle relazioni, negli affetti. E’ importante avvertire la mancanza
e saperla reggere con coraggio. Per imparare la fiducia che “al tramonto
mangerete carne e domattina sarete saziati di pane; e conoscerete che io sono
il SIGNORE, il vostro Dio”. Cosa significa questa
promessa? Che è l’incompletezza - anzi
l’incompiutezza, la necessaria gradualità della scoperta, la meraviglia per la
quotidianità - ciò che fa muovere la nostra ricerca.
La
manna non può essere messa nella dispensa e conservata a lungo. Dio dà per un
giorno e provvederà per quello successivo, mantenendoci in cammino, calmando la
paura e rinnovandoci la voglia di conoscere.
La
manna è dolce, forse stucchevole. Ma per chi è stato privato
di tutto o di molto, è nutrimento vitale e quotidiano. Come un abbraccio, un gesto affettuoso, un sorriso, uno
sguardo...piccoli segni della presenza del Signore.
Ma c’è dell’altro. Dio pone una domanda nella nostra vita
quotidiana. Il termine manna, man hu, significa “che cos’è?”. Che cos’è che dà senso alla nostra vita? Su che cosa poggia, di cosa si nutre
la nostra vita? Ciò che Dio offre, ciò
che è il senso della vita, non è una risposta, è una domanda, una domanda quotidiana. Questa sua caratteristica ci salvaguarda
così da qualsiasi deriva fondamentalista, ci restituisce la voglia di
riprendere il cammino ogni giorno. La presenza di Dio continua
ad essere motivo di ricerca, non occasione di risposte definitive.
Cos’altro impariamo da questo testo? A vivere di ciò che ci viene donato, non di ciò che abbiamo guadagnato! Cade dal
cielo ciò che riceviamo. Ed è ciò di cui avevamo
bisogno! Veniamo così a scoprire un’altra cosa strana, che crea stupore. Le
mani sono libere, lo sguardo è libero, abbiamo tempo
per parlare, possiamo cominciare a riconoscerci. Ritorna il desiderio di
conoscere Dio. Un desiderio che è relazione vivente. Un desiderio che ci cambia e ci trasforma, giorno dopo giorno.
E questo Dio, non possiamo certo accalappiarlo o
rivendicarlo. Possiamo solo cercare di riscoprirlo.
Dunque, Dio è presente in ciò che è minuto, dolce, ordinario. E’ la
tenerezza di Dio che diviene nutrimento del quotidiano. Accogliamo questo
dono…nascerà un mondo nuovo dove “ognuno ne raccoglieva quanto gliene occorreva
per il suo nutrimento” (Es 16:18)…
Se quest’antica indicazione di Dio fosse davvero
accolta - pensiamoci anche solo un istante - se la raccolta della manna
promessa a tutti, anche agli increduli o agli ingrati, fosse almeno in parte
rispettata, non saremmo soltanto tutti sazi. Non cancelleremmo soltanto la
bestemmia del genocidio per fame. Saremmo anche liberi. Finalmente, tutte e
tutti, consapevolmente liberi.