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  Riflessione biblica 11 Sep 2010

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Le quaglie e la manna

Esodo 16 - Le quaglie e la manna

Questo testo ricco e straordinario – che a tratti rivela stupore e meraviglia - è il tempo della strada, del peregrinare nel deserto. Un percorso non lineare, con piccoli avanzamenti successivi, momenti di stallo e di crisi, con la promessa: il tuo cammino sarà lungo.

Il giro lungo nel deserto

Il popolo d’Israele aveva già attraversato il deserto di Shur, arrivando a Mara, oasi dall’acqua amara. Qui aveva ricevuto una prima legge (“Se tu ascolti attentamente la voce del SIGNORE che è il tuo Dio, e fai ciò che è giusto agli occhi suoi…” Es 15:26); era poi giunto a Elim, un’oasi rigogliosa, e si accingeva ad attraversare Sin, un altro deserto. Può sembrare strano ed anche irritante, ma la prima reazione del popolo d’Israele è quella dell’ingratitudine: teme che la sua liberazione sia incompleta. Si è passati dalla schiavitù alla libertà, ma di quale libertà si tratta? Quella della tentazione, della distanza da Dio, della sofferenza? Una condizione che sembra definitiva e immodificabile e la terra promessa sembra solo un miraggio da proiettare nelle prossime generazioni...

La prima indicazione che ci viene da questo testo è l’invito a sospendere il giudizio, e non condannare chi – magari dopo una perdita, un lutto, un cambiamento traumatico – rivolge uno sguardo nostalgico sul passato, negando ogni possibilità di avvenire. Intrappolati in quella che appare sempre un’illusione, è legittimo alzare un grido di protesta a Dio. Questi capitoli, infatti, parlano di tombe, ma non ricordano nascite: ciò che nasce e cresce è solo il risentimento nei confronti di Dio…il processo di liberazione (acqua, cibo e guarigione) avviene poco per volta, con lentezza insopportabile, quando ancora il popolo è nel deserto.

Il testo ci comunica con crudezza che non esiste il Dio magico che trasforma immediatamente ogni cosa. Questo non è mai il Dio della Bibbia. C’è – ma questo può sembrare troppo poco – la promessa di Dio che può, anche quella, apparire paradossale se non addirittura crudelmente sarcastica: “Il SIGNORE, il tuo Dio ti ha benedetto, è stato con te in questi quarant’anni e non ti è mancato nulla” (Deut. 2,7). Come…non ci è mancato nulla? E quando finirà questo peregrinare, lungo il quale tante, troppe persone muoiono senza vedere alcun traguardo? Insomma, il risentimento è del tutto comprensibile, quando il ritardo di ciò che si anela - ed è contenuto nella promessa di Dio - si trasforma in rassegnazione.

Ogni credente ed ogni generazione di credenti può essere costretta a sperimentare l’attesa con un travaglio infinito. Nessuno di noi, in momenti diversi della storia, può sapere quando il proprio deserto finirà… I nostri tempi – ne diventiamo dolorosamente consapevoli - non sono i tempi di Dio. E sappiamo soltanto che, nel pellegrinaggio, dobbiamo vivere esclusivamente della promessa di Dio. Ma non è affatto facile…

 “Avvicinatevi alla presenza del Signore”

Quarant’anni, quasi un’intera esistenza a quei tempi, perché? Perché Dio vuol far crescere Israele, questo figlio a lungo adolescente. Il gruppo di ex-schiavi, appena liberati, è bisognoso di un tempo congruo per accogliere l’invito ad avvicinarsi alla presenza del Signore. Incapace di gestire la libertà ricevuta in dono, il lungo giro aiuta ad apprendere vocazione e responsabilità collettiva, democrazia ed esercizio della libertà. L’itinerario è forse discutibile, ma Israele dovrà comprendere che Dio non baratta pane e libertà.

Non deve apparirci strano neppure che la mancanza di cibo porti ad incrinare la fede, fino a minarne l’esistenza attraverso una crisi d’identità. Lungo il cammino, addirittura, una parte del popolo è definita “un’accozzaglia di gente raccogliticcia presa da concupiscenza” (Num 11:4): nel momento in cui i bisogni primari non sono soddisfatti, il rapporto con Dio si sfilaccia, talvolta irrimediabilmente. Lo sappiamo e lo dobbiamo riconoscere, anche questo dolorosamente.

Ma Dio ode il grido. E risponde con le quaglie e la manna. Sera e mattina. Ritroviamo qui nuovamente la prospettiva dell’atto creativo di Dio: la vita e la benedizione abbondano anche se intorno c’è ancora distruzione. Anzi, trovano posto nell’ordinarietà del quotidiano: Dio ora nutre il suo popolo attraverso un piccolo evento. Che sorprende all’inizio…ma che crea assuefazione, e poi nausea. E noi? Bisognosi ed affamati di miracoli stupefacenti, siamo ancora in grado di cogliere il senso della presenza benedicente di Dio che non ci fa mancare il pane di ogni giorno (e non lo farebbe mancare a nessuno se fossimo pronti a condividerlo?). Dio è rintracciabile nell’ordinarietà, ma siamo capaci di rispondervi con un pizzico di riconoscenza? Quando la disciplina del quotidiano è difficile da reimparare - dopo che qualcosa l’ha interrotta – si corre il rischio di dare tutto per scontato…

A questo punto non c’è ancora il dono della legge - che non tarderà ad arrivare - ma troviamo la prospettiva della “buona creazione” che esige già il “sabato”, il giorno del riposo: una pausa, un distacco, una distanza per riflettere, per imparare ad affidarci, nella resa fiduciosa, alla misericordia di Dio. E per comprendere ancora una volta che la libertà deve essere consapevole, per non essere persa, o sfigurata.

La manna non può essere conservata

Chissà se riusciamo a comprendere davvero questo testo… forse lo può soltanto chi ha sperimentato mancanze significative, o la fame vera o una lunga attesa: in queste situazioni, è difficile trovare un equilibrio tra il troppo e il troppo poco. Il testo ci dice che senza contraddizioni, incertezze, precarietà, non vi può essere pienezza, nemmeno nella fede, nelle relazioni, negli affetti. E’ importante avvertire la mancanza e saperla reggere con coraggio. Per imparare la fiducia che “al tramonto mangerete carne e domattina sarete saziati di pane; e conoscerete che io sono il SIGNORE, il vostro Dio”. Cosa significa questa promessa? Che è l’incompletezza - anzi l’incompiutezza, la necessaria gradualità della scoperta, la meraviglia per la quotidianità - ciò che fa muovere la nostra ricerca.

La manna non può essere messa nella dispensa e conservata a lungo. Dio dà per un giorno e provvederà per quello successivo, mantenendoci in cammino, calmando la paura e rinnovandoci la voglia di conoscere.

La manna è dolce, forse stucchevole. Ma per chi è stato privato di tutto o di molto, è nutrimento vitale e quotidiano. Come un abbraccio, un gesto affettuoso, un sorriso, uno sguardo...piccoli segni della presenza del Signore.

Ma c’è dell’altro. Dio pone una domanda nella nostra vita quotidiana. Il termine manna, man hu, significa “che cos’è?”. Che cos’è che dà senso alla nostra vita? Su che cosa poggia, di cosa si nutre la nostra vita?  Ciò che Dio offre, ciò che è il senso della vita, non è una risposta, è una domanda, una domanda quotidiana. Questa sua caratteristica ci salvaguarda così da qualsiasi deriva fondamentalista, ci restituisce la voglia di riprendere il cammino ogni giorno. La presenza di Dio continua ad essere motivo di ricerca, non occasione di risposte definitive.

Cos’altro impariamo da questo testo? A vivere di ciò che ci viene donato, non di ciò che abbiamo guadagnato! Cade dal cielo ciò che riceviamo. Ed è ciò di cui avevamo bisogno! Veniamo così a scoprire un’altra cosa strana, che crea stupore. Le mani sono libere, lo sguardo è libero, abbiamo tempo per parlare, possiamo cominciare a riconoscerci. Ritorna il desiderio di conoscere Dio. Un desiderio che è relazione vivente. Un desiderio che ci cambia e ci trasforma, giorno dopo giorno. E questo Dio, non possiamo certo accalappiarlo o rivendicarlo. Possiamo solo cercare di riscoprirlo.

Dunque, Dio è presente in ciò che è minuto, dolce, ordinario. E’ la tenerezza di Dio che diviene nutrimento del quotidiano. Accogliamo questo dono…nascerà un mondo nuovo dove “ognuno ne raccoglieva quanto gliene occorreva per il suo nutrimento” (Es 16:18)… Se quest’antica indicazione di Dio fosse davvero accolta - pensiamoci anche solo un istante - se la raccolta della manna promessa a tutti, anche agli increduli o agli ingrati, fosse almeno in parte rispettata, non saremmo soltanto tutti sazi. Non cancelleremmo soltanto la bestemmia del genocidio per fame. Saremmo anche liberi. Finalmente, tutte e tutti, consapevolmente liberi.

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