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  Riflessione biblica 11 Sep 2010

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Cari fratelli e care sorelle,

Cari fratelli e care sorelle,

“L’orecchio che ascolta e l’occhio che vede, li ha fatti ambedue il Signore.” Stamattina, dopo aver già ascoltato vari testi che parlano dell’ascoltare e del vedere, da parte di Dio e da parte degli uomini, vorrei invitarvi ora, a riflettere, insieme a me, sul significato di questo versetto che si trova nel 20 esimo capitolo del libro dei Proverbi.

“L’orecchio che ascolta e l’occhio che vede, li ha fatti ambedue il Signore.” Orecchie ed occhi, con ambedue possiamo percepire ciò che ci circonda: suoni e parole, luci, colori, una figura.

L’orecchio e l’occhio creano la possibilità di contatto, di comunicazione, di incontro tra di noi, di relazione reciproca. Un orecchio che ascolta ed un occhio che vede – è veramente necessario specificare queste funzioni dell’orecchio e dell’ occhio? Non è più che evidente che l’orecchio ascolta e che l’occhio vede? E non mi riferisco tanto a situazioni patologiche e di disfunzione in conseguenza delle quali questi importantissimi organi davvero non possono funzionare, o solo in modo parziale.

Invece, secondo quanto afferma il nostro proverbio non sembrerebbe proprio così immediato! Secondo quello che dice questo proverbio della sapienza d’Israele non è, infatti, affatto  evidente che un orecchio possa ascoltare e che un occhio possa vedere anche se non esiste nessuna disfunzione di questi organi. A chi di noi, in realtà, non è successo un fatto del genere: volevamo comunicare qualche cosa ad un’altra persona – ma le nostre  parole non l’hanno raggiunta, anche se le ha sentite. Siamo rimasti da soli con ciò che volevamo dire, con ciò che volevamo veramente comunicare con le nostre parole. E, di conseguenza, ci siamo sentiti incompresi, malintesi, isolati e distanti dal nostro interlocutore. O viceversa: anche a noi succede di non ascoltare veramente e di non comprendere in un senso più profondo quello che l’altro o l’altra in realtà vuole dire o farci sapere con le sue parole … con ciò che dice, magari, tra le righe. E quante volte non concediamo la necessaria attenzione alla persona che ascoltiamo, nel senso che la ascoltiamo in modo distratto, disattento, pensando magari a tutt’altro, fingendo forse il nostro interesse per ciò che ha da dire.

E se poi penso ancora a quello che ho imparato durante uno dei corsi della mia formazione, ossia: che una notizia, che una frase pronunciata,  non contiene  solo uno, ma ben quattro messaggi! In particolare, un messaggio che rivela qualche cosa sulla persona che parla, un secondo  che si riferisce a un contenuto reale, un terzo ancora,  che esprime qualche cosa sulla relazione delle persone coinvolte nella comunicazione, ed infine un quarto che è un appello alla persona che ascolta. Inoltre, noi ascoltiamo questi messaggi  poi con 4 orecchie diverse che corrispondono ai quattro tipi di messaggio. Proprio per questa pluralità di messaggio contenuta in un’unica notizia,  è,  in un certo senso, sempre un piccolo miracolo, se la persona che ascolta comprende veramente ciò che ha voluto dire la persona che parla, che di solito favorisce uno dei 4 messaggi possibili non sapendo però con quale delle 4 orecchie l’altro ascolterà  il suo messaggio.

Per rendere questo aspetto della psicologia  della comunicazione  un po’ più chiara,  desidero farvi un esempio: Il membro di chiesa visitato dal pastore dice, quando apre la porta al pastore che ha suonato: “Che bello vederLa!” E magari con questa sua affermazione vuole innanzi tutto rivelare qualche cosa di se stesso e cioè la sua grande gioia nel  ricevere la visita. Il pastore, invece, che magari avrebbe voluto fare questa visita magari già qualche settimana prima, ma non era riuscito, ascolta questa affermazione con l’orecchio dell’appello e sente il messaggio: “Era ora che si facesse vedere!” E  subito si può creare un malinteso.

Ma il nostro proverbio non parla solo dell’orecchio che ascolta, ma anche dell’occhio che vede!

Abbiamo la tranquillità, la pazienza ed il coraggio di vedere, di percepire veramente, fino in fondo, le cose o le persone che incontriamo? Riusciamo veramente a non fermarci solo alla superficie di ciò che guardiamo? Riusciamo a percepire ciò di cui l’altro o l’altra ha veramente bisogno, ciò che occupa e preoccupa realmente la persona che ci troviamo di fronte o che incontriamo sul nostro cammino? Un occhio che vede ed un orecchio che ascolta, dunque, è quello di cui abbiamo bisogno nei nostri rapporti interpersonali, nelle famiglie, sul posto di lavoro, nelle amicizie, nelle nostre chiese, perché senza di essi, senza l’occhio che vede e l’orecchio che ascolta, il vero incontro tra di noi, il vero incontro tra me e la persona con la quale ho a che fare, non si potrebbe, anzi, non si può realizzare affatto.

Abbiamo, allora, bisogno dell’occhio che vede e dell’orecchio che ascolta, ed a proposito di quest’ultimo vorrei leggervi alcune righe tratte dal libro “Momo” di Michael Ende che, ritengo, descrivano in modo certo molto poetico ma anche in modo molto chiaro ciò che significa sapere ascoltare veramente, per riprendere ora solo l’aspetto dell’orecchio: “Ciò che sapeva fare la piccola Momo come nessun’altro era l’ascoltare. Momo sapeva ascoltare nel modo che persone stupidotte avessero d’un tratto dei pensieri intelligenti. Non perché avesse detto o chiesto qualche cosa che avesse aiutato l’altro ad avere tali pensieri, no, si sedeva semplicemente ed ascoltava, con grande attenzione e partecipazione. Ascoltava nel modo, che persone indecise e perplesse sapessero che cosa volessero, o che i timidi si sentissero d’un tratto liberi e coraggiosi, o che gli infelici e depressi diventassero speranzosi e gioiosi.E se qualcuno pensava che la sua vita fosse totalmente fallita e senza senso e che egli stesso sarebbe una persona insignificante tra milioni di persone insignificanti, non contando, infatti, nulla e potendo essere sostituito senza problema – come una pentola rotta – e quella persona andava e raccontava tutto ciò alla piccola Momo, allora, mentre parlava, si accorgeva, in modo misterioso, che aveva sbagliato a pensare tutto questo, e che lei, così come era fatta, esisteva solo una volta in tutto il mondo, era unica tra tutti gli esseri umani e che perciò, in questo suo particolare modo di esistere, di essere, era importante per il mondo.Così sapeva ascoltare la piccola Momo!”

Naturalmente Momo appartiene al mondo delle favole. Però quello che ci vuole dire questa piccola parte estrapolata dal libro di Michael Ende, rimane: Ascoltare veramente, non è poco! Al contrario, semplicemente ascoltare, in molti casi, può aiutare una persona più di ogni parola che possiamo dirle. Ascoltare veramente, cercando di capire fino in fondo che cosa vuole comunicarci il nostro interlocutore, magari anche “tra le righe”, magari anche con ciò che egli non riesce ad esprimere con parole, ascoltare veramente, dunque, ci aiuta a vivere rapporti più veri, ad avere relazioni tra di noi più sensibili, più comprensive, più amorevoli.

Ascoltare con attenzione e con partecipazione, aprendoci veramente nell’ascolto della persona che incontriamo e vedere in questo modo non solo la superficie delle cose o delle persone, ma quello che veramente conta – questa, in realtà, è una delle grandi sfide del nostro essere credenti e cioè della nostra ricerca continua di vivere in modo coerente la nostra fede nel Dio che ci chiede di amare il nostro prossimo. E non è solo una sfida, ma anche e soprattutto un dono! Un dono che Dio ci fa, perché come dice il nostro proverbio: “L’orecchio che ascolta e l’occhio che vede, li ha fatti ambedue il Signore.”

Chiediamo a Dio questo dono, chiediamo a Lui di aprirci l’orecchio e l’occhio, laddove altri hanno bisogno del nostro ascolto e del nostro sguardo che vede anche in profondità. Chiediamo a Dio di aiutarci a vedere, a percepire veramente la sofferenza, l’angoscia, le preoccupazioni del nostro prossimo, donandoci anche la forza di non lasciarlo solo con ciò che lo tormenta. Chiediamo a Dio di sostenerci nella comunicazione interpersonale, nel vivere le nostre relazioni interpersonali, nella famiglia, nelle amicizie, al lavoro, qui in chiesa,  in modo sensibile e comprensivo per i messaggi, per i problemi, le difficoltà, le paure, ma anche per le gioie e per le speranze degli altri. Chiediamo tutto questo nella certezza che Egli ci vede e ci ascolta.

Amen 

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