Cari fratelli e care sorelle,
il testo per la predicazione
di oggi conclude il ciclo sul tema “Gesú e gli stranieri”. I primi tre
stranieri presentatici da questo ciclo erano persone appartenenti alle regioni
confinanti a Israele: un samaritano, una samaritana e una sirofenicia.
Oggi, invece, avremo a che
fare con un uomo che faceva parte della potenza occupante: un personaggio,
all’epoca, militarmente piuttosto importante, un centurione romano.
Notiamo subito che quest’uomo
fa tutt’altro che dare risalto al suo potere, che usare la sua autorevolezza. E
infatti, il suo atteggiamento nei confronti di Gesù è molto diverso da come ci immaginiamo che
sia, o che debba essere, il comportamento di uno che ha il potere in mano, che
è abituato a comandare ed a pretendere ubbidienza.
Perché l’atteggiamento del
centurione è segnato, invece, proprio da una grande umiltà. Forse ascoltando i
versetti del nostro testo, non ci si fa troppo caso - ma quest’uomo non osa
andare da Gesù di persona per chiedere il suo aiuto, ma manda ben due delegazioni
ad incontrarlo e interpellarlo al posto suo. La prima delegazione è composta da
“anziani dei Giudei” e cioè dagli anziani della comunità ebraica della
cittadina di Capernaum. E questi anziani presentano il centurione a Gesù come
un simpatizzante della loro comunità. E cioè come uno, che, nonostante il fatto
di far parte della potenza occupante romana e cioè del mondo dei pagani, era
diventato un loro sostenitore, avendo persino aiutato a costruire la sinagoga.
Gesù sembra più che convinto
delle loro argomentazioni e si incammina con loro verso la casa del centurione
per corrispondere alla sua richiesta di guarire il servo. Questo centurione
viene descritto davvero in un modo molto positivo. In realtà, se ci pensiamo
bene, il Centurione non avrebbe potuto andare da Gesù di persona,
comandandogli, con la prepotenza tipica
di chi ha il coltello dalla parte del manico,
di venire a casa sua? E invece non lo fa. Non vuole disturbarlo di
persona, manda delle persone che possono mettere una buona parola per lui, il
pagano, l’impuro. E questa è proprio espressione del suo grande rispetto nei
confronti di Gesù e della sua umiltà.
Non solo per questo, però, il
centurione appare in una buona luce, ma anche per il fatto che si dà da fare per
un suo servo. Certo, ci si poteva anche affezionare a un servo, ma qui il servo
viene considerato come un membro di famiglia!
Ma torniamo alla scena
dell’avvicinamento di Gesù alla casa del centurione. Il centurione sarà stato
informato del fatto che Gesù stava venendo proprio da lui. E di nuovo dimostra
la sua umiltà, questa volta, mandando degli amici incontro a Gesù per dirgli di
non scomodarsi per lui; non si sente degno di ricevere Gesù a casa sua! Non si
sente degno di riceverlo, ma pone tutta la sua fiducia in Lui e dice a Gesù,
tramite i suoi amici: “Signore, …, di’ una parola e il mio servo sarà
guarito.”
Lo fa chiamare proprio
SIGNORE, riconoscendo in questo modo che l’autorità di Gesù proviene da Dio
stesso, da quel Dio che è l’unico vero Signore del mondo. E, per bocca dei suoi
amici, fa dire a Gesù che è sufficiente una sola sua parola per guarire il suo
servo.
Questa enorme fiducia nella
potenza della sua parola provoca stupore, stupore in Gesù stesso. E Gesù
constata, meravigliato che “neppure in Israele (ha) … trovato una così gran
fede!” E poi, da ultimo, con poche parole, viene riferito che il servo era
guarito.
Ed il messaggio che questo
racconto vuole trasmetterci, quale sarà?
Gli esegeti dicono che
all’evangelista Luca stava molto a cuore l’apertura della predicazione ai pagani (forse egli stesso veniva da questo
mondo) e che questo testo, come anche altri, voleva dare una giustificazione ed
un incoraggiamento ad una apertura del cristianesimo verso i pagani,
raccontando che già Gesù aveva riconosciuto con stupore che “neppure in
Israele aveva trovato una così grande fede” come quella del centurione
romano!
E a noi ascoltatori ed
ascoltatrici di oggi ricorda il fatto che la fede, anche oggi, si trova a volte
dove non ce l’aspettiamo, mentre magari non la troviamo dove ci dovrebbe essere
o dove ci aspetteremmo che fosse. Penso che vi siano però ancora altri messaggi
che questo episodio, raccontatoci dall’evangelista Luca, ci vuole trasmettere…
1) Uno potrebbe essere il
seguente: davanti a Gesù nessuna autorità umana ha più valore, nemmeno
quella di un capo militare di un esercito straniero e occupante, abituato a
dare ordini e a vedersi puntualmente obbedito. Qui ed ora conta soltanto
l’autorità di Gesù. L’autorità dell’ufficiale, infatti, non vale nulla davanti
alla malattia mortale del suo amato servo; davanti a essa nemmeno l’autorità
suprema dell’imperatore romano (il superiore di tutti i superiori
dell’ufficiale!) può nulla, solamente Gesù può fare qualcosa. E questo
significa che davanti a Gesù tutti sono uguali e tutti sono ugualmente senza
alcuna autorità, senza potere, senza alcun privilegio, senza alcuna corsia
preferenziale.
È proprio questo che ha fatto
cadere la barriera tra ebrei e pagani
all’interno delle prime chiese cristiane. E anche noi oggi siamo
chiamati a vivere la dimensione comunitaria senza barriere, senza alcun
privilegio, senza alcuna corsia preferenziale per qualcuno.
George Orwell, nel suo romanzo
“Animal Farm”, faceva dire ai maiali che detengono il potere la celebre frase: all
animals are equal, but some animals are more equal than others. Tutti gli
animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri… e cioè più
importanti, più influenti. Questa, dunque, è un’affermazione che nella chiesa
di Cristo non ha nessuna ragione di esistere e che deve essere combattuta ogni
qual volta si corra il rischio di trovarla applicata, anche solo in minima
parte.
2) Un altro messaggio, ancora,
del racconto sul centurione romano è quello dell’importanza della preghiera
d’intercessione. La fede di quel centurione viene definita grande da Gesù
anche per il fatto che è fede, fiducia a favore di un terzo. Il centurione,
infatti, si rivolge a Gesù, non per se stesso, ma per il suo servo. Ovvero
intercede per il suo servo. Per lui mette in moto ben due delegazioni. Per lui
fa arrivare la richiesta di aiuto a Gesù. Questa, dunque, è anche una
dimensione importante della fede cristiana: che non vivo la mia fede solo per
me stessa o per me stesso. Ma la vivo anche, e forse soprattutto, a favore
degli altri, pregando per loro, sostenendoli con i miei buoni pensieri per
loro, affidandoli esplicitamente a Dio.
Per questo motivo l’ultima
preghiera di ogni culto che celebriamo è proprio una preghiera d’intercessione.
All’inizio del culto ci presentiamo a Dio come chiesa e come singoli. Durante
la confessione di peccato viviamo un momento di riflessione molto personale
concentrata su noi stessi, ed alla fine del culto ci rivolgiamo a Dio
intercedendo per altri.
Nella mia chiesa in Germania ad
esempio ogni preghiera d’intercessione proponeva alla fine un momento di silenzio nel quale ognuno aveva
la possibilità di pregare, nel segreto del suo cuore, per delle persone ben
precise, e questo momento veniva concluso con il “Padre Nostro” detto tutti
insieme. Questo per dare spazio a delle preghiere d’intercessione molto
personali.
3) E per oggi un ultimo
messaggio che colgo dal nostro racconto: basta davvero che tu abbia qualcuno
che prega con tutte le sue forze e con grande fede e fiducia per la tua
guarigione - e guarirai? Purtroppo ci sono ambienti cristiani nei quali vengono
trasmessi con convinzione questo ed altri messaggi di simile tenore. Certo, da
un lato è giusto credere fermamente nella forza della preghiera. Dall’altro lato,
però, ognuno di noi avrà fatto le sue dolorose esperienze di preghiere non
esaudite. Quanti di noi avranno pregato per la guarigione di una persona a loro
cara … e la guarigione non è arrivata…Che cosa, dunque, vuole comunicarci un
racconto di una guarigione avvenuta? Che cosa ci vogliono dire i testi dei
vangeli che ci riferiscono che Gesù ha guarito?
Le guarigioni
di Gesù sottolineano il messaggio delle sue predicazioni e cioè il messaggio
che Dio vuole il nostro bene e non il nostro male, che Dio vuole la nostra
salvezza. E questa è la grande promessa che Egli ci ha fatto e
che Egli manterrà. Ma allo stesso tempo dobbiamo fare i conti con un mondo
non ancora redento, con un mondo non ancora liberato dalla sofferenza.
Dobbiamo fare i conti con un mondo nel quale, grazie a Dio, di tanto in tanto
si intravvedono segni della redenzione, ma nel quale viviamo di continuo ancora
situazioni di sofferenza e la delusione di preghiere non esaudite.
Che Dio ci doni una fede che
non smette di pregare e che riesce a fidarsi delle Sue promesse, nonostante le
delusioni che viviamo.
Amen