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  Riflessione biblica 11 Sep 2010

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Cari fratelli e care sorelle,

Cari fratelli e care sorelle,

il testo per la predicazione di oggi conclude il ciclo sul tema “Gesú e gli stranieri”. I primi tre stranieri presentatici da questo ciclo erano persone appartenenti alle regioni confinanti a Israele: un samaritano, una samaritana e una sirofenicia.

Oggi, invece, avremo a che fare con un uomo che faceva parte della potenza occupante: un personaggio, all’epoca, militarmente piuttosto importante, un centurione romano.

Notiamo subito che quest’uomo fa tutt’altro che dare risalto al suo potere, che usare la sua autorevolezza. E infatti, il suo atteggiamento nei confronti di Gesù  è molto diverso da come ci immaginiamo che sia, o che debba essere, il comportamento di uno che ha il potere in mano, che è abituato a comandare ed a pretendere ubbidienza.

Perché l’atteggiamento del centurione è segnato, invece, proprio da una grande umiltà. Forse ascoltando i versetti del nostro testo, non ci si fa troppo caso - ma quest’uomo non osa andare da Gesù di persona per chiedere il suo aiuto, ma manda ben due delegazioni ad incontrarlo e interpellarlo al posto suo. La prima delegazione è composta da “anziani dei Giudei” e cioè dagli anziani della comunità ebraica della cittadina di Capernaum. E questi anziani presentano il centurione a Gesù come un simpatizzante della loro comunità. E cioè come uno, che, nonostante il fatto di far parte della potenza occupante romana e cioè del mondo dei pagani, era diventato un loro sostenitore, avendo persino aiutato a costruire la sinagoga.

Gesù sembra più che convinto delle loro argomentazioni e si incammina con loro verso la casa del centurione per corrispondere alla sua richiesta di guarire il servo. Questo centurione viene descritto davvero in un modo molto positivo. In realtà, se ci pensiamo bene, il Centurione non avrebbe potuto andare da Gesù di persona, comandandogli,  con la prepotenza tipica di chi ha il coltello dalla parte del manico,  di venire a casa sua? E invece non lo fa. Non vuole disturbarlo di persona, manda delle persone che possono mettere una buona parola per lui, il pagano, l’impuro. E questa è proprio espressione del suo grande rispetto nei confronti di Gesù e della sua umiltà.

Non solo per questo, però, il centurione appare in una buona luce, ma anche per il fatto che si dà da fare per un suo servo. Certo, ci si poteva anche affezionare a un servo, ma qui il servo viene considerato come un membro di famiglia!

Ma torniamo alla scena dell’avvicinamento di Gesù alla casa del centurione. Il centurione sarà stato informato del fatto che Gesù stava venendo proprio da lui. E di nuovo dimostra la sua umiltà, questa volta, mandando degli amici incontro a Gesù per dirgli di non scomodarsi per lui; non si sente degno di ricevere Gesù a casa sua! Non si sente degno di riceverlo, ma pone tutta la sua fiducia in Lui e dice a Gesù, tramite i suoi amici: “Signore, …, di’ una parola e il mio servo sarà guarito.”

Lo fa chiamare proprio SIGNORE, riconoscendo in questo modo che l’autorità di Gesù proviene da Dio stesso, da quel Dio che è l’unico vero Signore del mondo. E, per bocca dei suoi amici, fa dire a Gesù che è sufficiente una sola sua parola per guarire il suo servo.

Questa enorme fiducia nella potenza della sua parola provoca stupore, stupore in Gesù stesso. E Gesù constata, meravigliato che “neppure in Israele (ha) … trovato una così gran fede!” E poi, da ultimo, con poche parole, viene riferito che il servo era guarito.

Ed il messaggio che questo racconto vuole trasmetterci, quale sarà?

Gli esegeti dicono che all’evangelista Luca stava molto a cuore l’apertura della predicazione  ai pagani (forse egli stesso veniva da questo mondo) e che questo testo, come anche altri, voleva dare una giustificazione ed un incoraggiamento ad una apertura del cristianesimo verso i pagani, raccontando che già Gesù aveva riconosciuto con stupore che “neppure in Israele aveva trovato una così grande fede” come quella del centurione romano!

E a noi ascoltatori ed ascoltatrici di oggi ricorda il fatto che la fede, anche oggi, si trova a volte dove non ce l’aspettiamo, mentre magari non la troviamo dove ci dovrebbe essere o dove ci aspetteremmo che fosse. Penso che vi siano però ancora altri messaggi che questo episodio, raccontatoci dall’evangelista Luca, ci vuole trasmettere…

1) Uno potrebbe essere il seguente: davanti a Gesù nessuna autorità umana ha più valore, nemmeno quella di un capo militare di un esercito straniero e occupante, abituato a dare ordini e a vedersi puntualmente obbedito. Qui ed ora conta soltanto l’autorità di Gesù. L’autorità dell’ufficiale, infatti, non vale nulla davanti alla malattia mortale del suo amato servo; davanti a essa nemmeno l’autorità suprema dell’imperatore romano (il superiore di tutti i superiori dell’ufficiale!) può nulla, solamente Gesù può fare qualcosa. E questo significa che davanti a Gesù tutti sono uguali e tutti sono ugualmente senza alcuna autorità, senza potere, senza alcun privilegio, senza alcuna corsia preferenziale.

È proprio questo che ha fatto cadere la barriera tra ebrei e pagani  all’interno delle prime chiese cristiane. E anche noi oggi siamo chiamati a vivere la dimensione comunitaria senza barriere, senza alcun privilegio, senza alcuna corsia preferenziale per qualcuno.

George Orwell, nel suo romanzo “Animal Farm”, faceva dire ai maiali che detengono il potere la celebre frase: all animals are equal, but some animals are more equal than others. Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri… e cioè più importanti, più influenti. Questa, dunque, è un’affermazione che nella chiesa di Cristo non ha nessuna ragione di esistere e che deve essere combattuta ogni qual volta si corra il rischio di trovarla applicata, anche solo in minima parte.

2) Un altro messaggio, ancora, del racconto sul centurione romano è quello dell’importanza della preghiera d’intercessione. La fede di quel centurione viene definita grande da Gesù anche per il fatto che è fede, fiducia a favore di un terzo. Il centurione, infatti, si rivolge a Gesù, non per se stesso, ma per il suo servo. Ovvero intercede per il suo servo. Per lui mette in moto ben due delegazioni. Per lui fa arrivare la richiesta di aiuto a Gesù. Questa, dunque, è anche una dimensione importante della fede cristiana: che non vivo la mia fede solo per me stessa o per me stesso. Ma la vivo anche, e forse soprattutto, a favore degli altri, pregando per loro, sostenendoli con i miei buoni pensieri per loro, affidandoli esplicitamente a  Dio.

Per questo motivo l’ultima preghiera di ogni culto che celebriamo è proprio una preghiera d’intercessione. All’inizio del culto ci presentiamo a Dio come chiesa e come singoli. Durante la confessione di peccato viviamo un momento di riflessione molto personale concentrata su noi stessi, ed alla fine del culto ci rivolgiamo a Dio intercedendo per altri.

Nella mia chiesa in Germania ad esempio ogni preghiera d’intercessione proponeva alla fine  un momento di silenzio nel quale ognuno aveva la possibilità di pregare, nel segreto del suo cuore, per delle persone ben precise, e questo momento veniva concluso con il “Padre Nostro” detto tutti insieme. Questo per dare spazio a delle preghiere d’intercessione molto personali.

3) E per oggi un ultimo messaggio che colgo dal nostro racconto: basta davvero che tu abbia qualcuno che prega con tutte le sue forze e con grande fede e fiducia per la tua guarigione - e guarirai? Purtroppo ci sono ambienti cristiani nei quali vengono trasmessi con convinzione questo ed altri messaggi di simile tenore. Certo, da un lato è giusto credere fermamente nella forza della preghiera. Dall’altro lato, però, ognuno di noi avrà fatto le sue dolorose esperienze di preghiere non esaudite. Quanti di noi avranno pregato per la guarigione di una persona a loro cara … e la guarigione non è arrivata…Che cosa, dunque, vuole comunicarci un racconto di una guarigione avvenuta? Che cosa ci vogliono dire i testi dei vangeli che ci riferiscono che Gesù ha guarito?

Le guarigioni di Gesù sottolineano il messaggio delle sue predicazioni e cioè il messaggio che Dio vuole il nostro bene e non il nostro male, che Dio vuole la nostra salvezza. E questa è la grande promessa che Egli ci ha fatto e che Egli manterrà. Ma allo stesso tempo dobbiamo fare i conti con un mondo non ancora redento, con un mondo non ancora liberato dalla sofferenza. Dobbiamo fare i conti con un mondo nel quale, grazie a Dio, di tanto in tanto si intravvedono segni della redenzione, ma nel quale viviamo di continuo ancora situazioni di sofferenza e la delusione di preghiere non esaudite.

Che Dio ci doni una fede che non smette di pregare e che riesce a fidarsi delle Sue promesse, nonostante le delusioni che viviamo.

Amen

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