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  Riflessione biblica 11 Sep 2010

bibbiaRiflessione biblica

Cari fratelli e care sorelle,

Luca 10, 25-42 (a cura di Dorothee Mack)

Il brano biblico per la riflessione di questa domenica proposto dal nostro lezionario è quello della parabola del samaritano – il “buono” fa già parte dell’interpretazione – ma vorrei farlo oggi includendo nella nostra riflessione anche i versetti seguenti al racconto del samaritano, e cioè il racconto su Maria e Marta. La mia scelta come potete immaginare non è affatto casuale, ma ha una sua giustificazione e trova una buona ragione nel testo stesso, e più precisamente nei suoi primi versetti. Questi versetti ci riferiscono di un incontro, un dialogo avvenuto tra Gesù e un dottore della legge.

Questo dottore della legge, così dice il testo stesso, vuole mettere alla prova Gesù: vuole, cioè, verificare se Gesù sa rispondere bene a una domanda, molto attuale, che veniva discussa tra coloro che si occupavano della giusta interpretazione della Torah, ossia della legge del popolo d’Israele. Era una domanda riguardo al centro, al cuore della fede, della “praxis pietatis”. Una domanda, che nel vangelo di Luca verrà posta ancora una seconda volta a Gesù – non da un dottore della legge, ma da un uomo ricco. “Che devo fare per ereditare la vita eterna?” Che cosa, dunque, devo fare, come devo vivere, per corrispondere con tutta  la mia vita alla volontà di Dio, per essere in relazione, in comunione con Lui? Gesù non risponde a questa domanda. Perché sa, che, chi glie la pone, ha già la risposta pronta: e cioè la risposta derivata delle discussioni teologiche di allora, una risposta che aveva messo insieme, che aveva “combinato” i due comandamenti ritenuti i più importanti, i più grandi di tutti.

Il primo comandamento citato dall’interlocutore di Gesù è la confessione della fede ebraica, il Shema Israel, l’Ascolta Israele, che dopo, aver affermato che Dio è uno, invita ad amare questo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima,  con tutta la propria forza. Ed il secondo comandamento è quello di amare il prossimo. “Il prossimo”, che nella fede ebraica di allora era stato ben identificato con il famigliare, con il connazionale e poi, infine, anche con lo straniero che viveva in mezzo al popolo d’Israele. Anche il dottore della legge del nostro testo avrà avuto ben presente questa definizione di prossimo.

Ma ora, questo dottore della legge vuole verificare se anche Gesù e a conoscenza di questa definizione o se, magari, Egli ha da proporne una nuova, includendovi, magari, ulteriori categorie di persone. E ora Gesù gli risponde; però non con una definizione, ma con il racconto del samaritano. Il racconto del samaritano, dunque, è la spiegazione, è l’interpretazione data da Gesù di ciò che significa “amare il prossimo” secondo il comandamento.

E allora, magari vi chiederete che senso ha avuto aggiungere alla lettura del testo per la predicazione di oggi, anche i versetti su Maria e Marta, se l’incontro di Gesù col dottore della legge si conclude con la domanda: chi è il mio prossimo che sono chiamato ad amare? Perché - così hanno scoperto alcuni esegeti - l’evangelista Luca ha voluto aggiungere anche una spiegazione, un’interpretazione del primo comandamento citato dal dottore della legge – quello dell’amore per Dio – proprio con i versetti  che ci parlano di Maria e Marta.

Guardiamo allora il racconto del Buon Samaritano ed il racconto della visita di Gesù nella casa di Marta e di Maria, insieme. Guardiamoli nell’ottica della complementarietà: ciascuno dei due racconti sviluppa e approfondisce uno dei due comandamenti citati dal dottore della legge, completandosi, in questo modo, a vicenda.

Nel racconto del Buon Samaritano abbiamo a che fare con due rappresentanti della vita cultuale del popolo d’Israele. Da una parte con un levita, e cioè con un “servo” al tempio di Gerusalemme e, dall’altra,  abbiamo a che fare con un sacerdote. Due persone, dunque, che dedicavano gran parte della loro vita al culto, con il quale si esprime e si celebra proprio l’amore per Dio. La celebrazione del culto, la nostra partecipazione al culto, infatti, è anche sempre espressione del nostro amore per Dio. Il levita ed il sacerdote del nostro testo, quando vedono il ferito, stanno percorrendo la strada che li porta a Gerusalemme, al tempio, dove  si stanno recando per servire Dio. Ed è molto probabile che una delle ragioni per le quali nessuno dei due si ferma per aiutare il ferito, sia quella di non rischiare di diventare impuri, toccando un uomo insanguinato e forse anche già morto. Perché, perdendo la loro purità sacrale, non avrebbero più potuto servire Dio al tempio, con i culti.

Vediamo, dunque, che questi due hanno optato in questo caso non per l’amore per il prossimo, ma per l’amore per Dio. E questa scelta, evidentemente, da Gesù viene ritenuta sbagliata. Gesù evidenzia in un modo molto chiaro, ed anche un po’ provocatorio, come invece sia stato proprio un samaritano – e cioè una persona di pessima reputazione  per la sua appartenenza a un popolo che secondo Israele era infedele a Dio – come sia stato, dicevo, proprio questo samaritano a cogliere perfettamente quello che, in quella specifica situazione, era necessario fare per corrispondere alla volontà di Dio: amare il prossimo, diventare il prossimo per colui che aveva bisogno di essere amato, aiutato in quello specifico momento.

E guardando ora nella stessa ottica il racconto della visita di Gesù a casa di Maria e Marta, possiamo scoprire, che anche in questo racconto c’è una persona che fa la cosa giusta, necessaria in quella specifica situazione, mentre ce n’è un’altra che fa la scelta “sbagliata”. Marta aveva “optato” per l’amore per il prossimo, vedendo in Gesù il prossimo che aveva bisogno di essere saziato e dissetato – e con questo Marta aveva anche corrisposto al ruolo che le aveva attribuito la società (donne ai fornelli…); come tra l’altro avevano corrisposto anche il sacerdote ed il levita al loro ruolo scegliendo di voler rimanere “puri” per il servizio al tempio. Maria, invece, aveva compreso che, in quel momento, era necessaria un’altra cosa: interrompere la vita quotidiana, fermarsi anche nel servizio per il prossimo, ascoltare Gesù e con questo: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la forza sua.

Siamo partiti, dunque, dalla domanda del dottore della legge: “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” Egli stesso aveva risposto a questa domanda con il “doppio comandamento” dell’amore: Ama Dio ed ama il tuo prossimo.Se ci fossimo fermati solo alla parabola del Buon Samaritano, magari avremmo colto come “il necessario” da fare nella nostra vita da credenti, soprattutto l’amore per il prossimo, il “darsi da fare” per gli altri, il servizio, la diaconia vissuta. Perché è proprio questo che sembra emergere dal racconto del Buon Samaritano. Il verbo “FARE” è centrale in tutto il testo.

Leggendo, invece, insieme al Buon Samaritano, il racconto su Maria e Marta, ci viene comunicato che non solo l’amore per il prossimo è importante, ma anche l’amore per Dio. In quanto credenti, in quanto chiesa, non ci è solo richiesta l’azione, il servizio per gli altri, ma anche la contemplazione, il dare spazio all’ascolto di Dio; ci viene chiesto di metterci in relazione con lui mediante una spiritualità vissuta. Potremmo ancora dire, essere anche capaci di disporci alla Sua lode.

Gesù risponde a Marta: “Una cosa è necessaria. Maria ha scelto la parte buona.” E al dottore della legge Gesù fa capire che proprio il samaritano aveva scelto la parte buona… perciò ha senso chiamarlo “buono”.

Che Dio ci doni, come singoli credenti e come chiesa, la capacità di comprendere quale sia la cosa necessaria, quale parte sia da scegliere, nelle diverse situazioni che viviamo e affrontiamo, giorno dopo giorno.

Amen

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