Luca 10, 25-42 (a cura di Dorothee Mack)
Il
brano biblico per la riflessione di questa domenica proposto dal nostro
lezionario è quello della parabola del samaritano – il “buono” fa già parte
dell’interpretazione – ma vorrei farlo oggi includendo nella nostra riflessione
anche i versetti seguenti al racconto del samaritano, e cioè il racconto su
Maria e Marta. La mia scelta come potete immaginare non è affatto casuale, ma
ha una sua giustificazione e trova una buona ragione nel testo stesso, e più
precisamente nei suoi primi versetti. Questi versetti ci riferiscono di un
incontro, un dialogo avvenuto tra Gesù e un dottore della legge.
Questo
dottore della legge, così dice il testo stesso, vuole mettere alla prova Gesù:
vuole, cioè, verificare se Gesù sa rispondere bene a una domanda, molto
attuale, che veniva discussa tra coloro che si occupavano della giusta
interpretazione della Torah, ossia della legge del popolo d’Israele. Era una
domanda riguardo al centro, al cuore della fede, della “praxis pietatis”. Una
domanda, che nel vangelo di Luca verrà posta ancora una seconda volta a Gesù –
non da un dottore della legge, ma da un uomo ricco. “Che devo fare per
ereditare la vita eterna?” Che cosa, dunque, devo fare, come devo vivere,
per corrispondere con tutta la mia vita
alla volontà di Dio, per essere in relazione, in comunione con Lui? Gesù non
risponde a questa domanda. Perché sa, che, chi glie la pone, ha già la risposta
pronta: e cioè la risposta derivata delle discussioni teologiche di allora, una
risposta che aveva messo insieme, che aveva “combinato” i due comandamenti
ritenuti i più importanti, i più grandi di tutti.
Il
primo comandamento citato dall’interlocutore di Gesù è la confessione
della fede ebraica, il Shema Israel, l’Ascolta Israele, che dopo, aver
affermato che Dio è uno, invita ad amare questo Dio con tutto il cuore, con
tutta l’anima, con tutta la propria
forza. Ed il secondo comandamento è quello di amare il prossimo. “Il prossimo”,
che nella fede ebraica di allora era stato ben identificato con il famigliare,
con il connazionale e poi, infine, anche con lo straniero che viveva in mezzo
al popolo d’Israele. Anche il dottore della legge del nostro testo avrà avuto
ben presente questa definizione di prossimo.
Ma
ora, questo dottore della legge vuole verificare se anche Gesù e a conoscenza
di questa definizione o se, magari, Egli ha da proporne una nuova,
includendovi, magari, ulteriori categorie di persone. E ora Gesù gli risponde;
però non con una definizione, ma con il racconto del samaritano. Il racconto
del samaritano, dunque, è la spiegazione, è l’interpretazione data da Gesù di
ciò che significa “amare il prossimo” secondo il comandamento.
E
allora, magari vi chiederete che senso ha avuto aggiungere alla lettura del
testo per la predicazione di oggi, anche i versetti su Maria e Marta, se
l’incontro di Gesù col dottore della legge si conclude con la domanda: chi è il
mio prossimo che sono chiamato ad amare? Perché - così hanno scoperto alcuni
esegeti - l’evangelista Luca ha voluto aggiungere anche una spiegazione, un’interpretazione
del primo comandamento citato dal dottore della legge – quello dell’amore per
Dio – proprio con i versetti che ci
parlano di Maria e Marta.
Guardiamo
allora il racconto del Buon Samaritano ed il racconto della visita di Gesù
nella casa di Marta e di Maria, insieme. Guardiamoli nell’ottica della
complementarietà: ciascuno dei due racconti sviluppa e approfondisce uno dei
due comandamenti citati dal dottore della legge, completandosi, in questo modo,
a vicenda.
Nel
racconto del Buon Samaritano abbiamo a che fare con due rappresentanti della
vita cultuale del popolo d’Israele. Da una parte con un levita, e cioè con un
“servo” al tempio di Gerusalemme e, dall’altra,
abbiamo a che fare con un sacerdote. Due persone, dunque, che dedicavano
gran parte della loro vita al culto, con il quale si esprime e si celebra
proprio l’amore per Dio. La celebrazione del culto, la nostra partecipazione al
culto, infatti, è anche sempre espressione del nostro amore per Dio. Il levita
ed il sacerdote del nostro testo, quando vedono il ferito, stanno percorrendo
la strada che li porta a Gerusalemme, al tempio, dove si stanno recando per servire Dio. Ed è molto
probabile che una delle ragioni per le quali nessuno dei due si ferma per
aiutare il ferito, sia quella di non rischiare di diventare impuri, toccando un
uomo insanguinato e forse anche già morto. Perché, perdendo la loro purità
sacrale, non avrebbero più potuto servire Dio al tempio, con i culti.
Vediamo,
dunque, che questi due hanno optato in questo caso non per l’amore per il
prossimo, ma per l’amore per Dio. E questa scelta, evidentemente, da Gesù viene
ritenuta sbagliata. Gesù evidenzia in un modo molto chiaro, ed anche un po’
provocatorio, come invece sia stato proprio un samaritano – e cioè una persona
di pessima reputazione per la sua
appartenenza a un popolo che secondo Israele era infedele a Dio – come sia
stato, dicevo, proprio questo samaritano a cogliere perfettamente quello che,
in quella specifica situazione, era necessario fare per corrispondere alla
volontà di Dio: amare il prossimo, diventare il prossimo per colui che aveva
bisogno di essere amato, aiutato in quello specifico momento.
E
guardando ora nella stessa ottica il racconto della visita di Gesù a casa di
Maria e Marta, possiamo scoprire, che anche in questo racconto c’è una persona
che fa la cosa giusta, necessaria in quella specifica situazione, mentre ce n’è
un’altra che fa la scelta “sbagliata”. Marta aveva “optato” per l’amore per il
prossimo, vedendo in Gesù il prossimo che aveva bisogno di essere saziato e
dissetato – e con questo Marta aveva anche corrisposto al ruolo che le aveva
attribuito la società (donne ai fornelli…); come tra l’altro avevano
corrisposto anche il sacerdote ed il levita al loro ruolo scegliendo di voler
rimanere “puri” per il servizio al tempio. Maria, invece, aveva compreso che,
in quel momento, era necessaria un’altra cosa: interrompere la vita quotidiana,
fermarsi anche nel servizio per il prossimo, ascoltare Gesù e con questo: amare
Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la forza sua.
Siamo
partiti, dunque, dalla domanda del dottore della legge: “Che cosa devo fare
per ereditare la vita eterna?” Egli stesso aveva risposto a questa domanda
con il “doppio comandamento” dell’amore: Ama Dio ed ama il tuo prossimo.Se
ci fossimo fermati solo alla parabola del Buon Samaritano, magari avremmo colto
come “il necessario” da fare nella nostra vita da credenti, soprattutto l’amore
per il prossimo, il “darsi da fare” per gli altri, il servizio, la diaconia
vissuta. Perché è proprio questo che sembra emergere dal racconto del Buon
Samaritano. Il verbo “FARE” è centrale in tutto il testo.
Leggendo, invece, insieme
al Buon Samaritano, il racconto su Maria e Marta, ci viene comunicato che non
solo l’amore per il prossimo è importante, ma anche l’amore per Dio. In quanto
credenti, in quanto chiesa, non ci è solo richiesta l’azione, il servizio per
gli altri, ma anche la contemplazione, il dare spazio all’ascolto di Dio; ci viene
chiesto di metterci in relazione con lui mediante una spiritualità vissuta.
Potremmo ancora dire, essere anche capaci di disporci alla Sua lode.
Gesù
risponde a Marta: “Una cosa è necessaria. Maria ha scelto la parte buona.” E
al dottore della legge Gesù fa capire che proprio il samaritano aveva scelto la
parte buona… perciò ha senso chiamarlo “buono”.
Che
Dio ci doni, come singoli credenti e come chiesa, la capacità di comprendere
quale sia la cosa necessaria, quale parte sia da scegliere, nelle diverse
situazioni che viviamo e affrontiamo, giorno dopo giorno.
Amen